martedì 8 novembre 2016

"Il cavallo magico di Han Gan" e "Sann" di Chen Jiang Hong, Babalibri... e una mostra a Pisa!


Se ancora non conoscete "Il cavallo magico di Han Gan" e "Sann" di Chen Jiang Hong, due albi editi da Babalibri (qui il link alla casa editrice), avete un'ulteriore possibilità. Infatti, al Pisa Book Festival (link qui), una tre giorni dedicata all'editoria indipendente, il prossimo sabato 12 novembre alle 17 sarà possibile conoscere l'artista cinese, insieme alla curatrice della mostra Maria Chiara Favilla e all'editore Francesca Archinto. Un'occasione più unica che rara, da non perdere. Si potranno vedere le tavole del primo libro, illustrate su pergamena (qui e qui alcuni link).


Inoltre, per chi non facesse in tempo, dal 10 novembre 2016 al 5 febbraio 2017 Palazzo Blu ospiterà la mostra "Racconti Cinesi".
L'artista, nato nel Nord della Cina ma ora "trapiantato" a Parigi, riporta il lettore alle magiche atmosfere in cui le leggende antiche si mescolano a grandi lezioni di vita.

Il cavallo magico di Han Gan racconta la storia di un'artista vissuto 1200 anni fa, il cui estro per i disegni era forte sin da bambino, pur non potendolo coltivare, essendo la sua una famiglia molto povera.

Destino volle, che incontrasse un giorno il celebre pittore Wang Wei che, cogliendo il talento nel giovane, lo aiutò.

Preso dal "fuoco sacro" della creazione, che "assale" chi ha una forte passione, Han Gan disegnava cavalli dall'alba al tramonto. Il suo "astro" crebbe tanto da essere invitato a corte dall'Imperatore, a far parte dell'Accademia dei pittori;  ma anche qui seppe distinguersi dagli altri perché, rifiutandosi di rappresentare oggetti antichi, perseverava a dipingere solo cavalli, e solo legati, perché essi erano così vivi da "poter scappare dal foglio".

Un giorno il pittore ricevette la visita di un guerriero che desiderava un suo cavallo da impiegare come "arma segreta" in battaglia.
Nonostante gli sforzi (o forse troppo pressato dalla richiesta?), Han Gan non riuscì a completare l'opera, ma non appena gettò i disegni nel fuoco, dalle fiamme balzò fuori un destriero possente: un "cavallo magico" in grado di far vincere tutte le battaglie.
Il guerriero presto si montò la testa, la sua ambizione era senza fine.

E fu così che il cavallo, stremato e ammutolito dalla visione di corpi lacerati in battaglia, disarcionò un giorno il suo cavaliere e scappò via. Solo dopo parecchio tempo egli lo ritrovò... finalmente in pace, in un quadro di Han Gan insieme a un altro gruppo di suoi simili.

Questo albo è davvero interessante perché oltre a far entrare i bambini in un universo poco conosciuto, quale quello orientale, li fa riflettere sia sulla potenza dell'arte, che riesce a rendere talvolta i soggetti talmente vivi da farli sembrare reali, sia su quello che può accadere alle persone che sono prese dal vortice di una smania sfrenata. Una riflessione che, specie di questi tempi, è molto utile.

Sann ci fa addentrare, invece, tra le ombrose vette montane cinesi, nella cui vallata si trova un villaggio. Una frana improvvisa fa scomparire di colpo i campi coltivati. La gente pian piano abbandona il luogo, che rimane quasi del tutto disabitato. Solo la famiglia di Sann, che non si da per vinta, rimane, e la madre lo partorisce proprio in questo villaggio spoglio, poco dopo la tragedia. Capiamo subito che il protagonista è fuori dal comune, perché alla nascita al posto di emettere un vagito sorride.
Le pagine scorrono e seguiamo la madre di Sann, la cui figura colorata e affaticata spicca nel paesaggio spoglio e cupo della montagna aguzza, mentre porta il figlio appresso ogni giorno in una gerla alla ricerca di campi coltivati.
Soffriamo con lei per le fatiche che deve affrontare quotidianamente.
Ma non siamo i soli.

Presto scopriamo che il piccolo Sann comprende l'angoscia dei genitori per quella montagna che rende tutto più difficile. E ascoltando il desiderio della madre, che vorrebbe che la montagna sparisse, egli si mette all'opera per realizzare questo sogno.

La sua determinazione è tale, che non passerà giorno - sia con il bello sia con il cattivo tempo - in cui il ragazzino non si metta a levar le pietre. Solo una tormenta di neve lo ferma temporaneamente, ma con la bella stagione Sann si rimette all'opera.
Ed è così che nel solco della montagna scopre alcuni strani funghi profumati. Addentrandosi in una grotta più ampia, il ragazzino incontra un vecchio saggio, dalla lunga barba bianca, che decide di aiutarlo nella sua impresa, preparandogli un infuso di funghi. Così il ragazzo acquista vigore.
Ma sarà davvero la pozione a rendere più ardito il ragazzo, o la fiducia di qualcuno che sa ascoltare e sa capire a fare la differenza?

Il vecchio insegna a Sann l'arte della pazienza e della giusta misura. E lo segue da lontano senza essere visto, senza mai perderlo d'occhio.
Poi, arrivato l'ultimo giorno d'autunno, il vecchio e il ragazzo vanno a rendere omaggio agli elementi della natura: il cielo la terra e il vento. E improvvisamente - come nel libro precedente - ecco la magia .. tre draghi bianchi riempiono il cielo infuocato e spostano definitivamente la montagna.

Anche questo albo davvero affascinante ci porta in atmosfere lontane e ricche di mistero, dimostrandoci quanto possa smuovere l'amore e la determinazione di un bambino. Inoltre, la figura del vecchio ci rammenta quanto sia importante avere accanto persone sagge, che sanno condurci nelle avversità senza perdere la rotta e mostrarci quella stima e riconoscenza che serve a proseguire con coraggio.

lunedì 7 novembre 2016

"Il volo della famiglia Knitter" di Guia Risari e Anna Castagnoli, Bohem press


Viene molta "invidia" a leggere Il volo della famiglia Knitter di Guia Risari (link) Anna Castagnoli (link), edito da Bohem press (link qui), un albo illustrato che invita a volare come Peter Pan alla ricerca della gioia, della spensieratezza, della libertà, della conoscenza del mondo. Ma mentre Peter Pan rimane sempre giovane, senza voglia di cambiare e si rintana nell'Isola che non c'è, qui un'intera famiglia decide di cambiare vita, alla scoperta di nuovi orizzonti, e da "normale" diventa "speciale", perché osa fare forse quelli che tutti desiderano ma poi non sono capaci: spiccare il volo. Le lezioni le fornisce il canarino di casa e, meno male in famiglia ce n'era uno!

Tutto ha inizio un fatidico giorno di caldo e soffoco, quando i quattro sono stremati dall'afa e la madre, impietosita per le sorti del povero uccellino, lo lascia uscire dalla gabbia; questi, riconoscente, al posto di scappare, inizia a impartire lezioni di volo a tutti quanti. Ognuno impara a modo suo: alcuni sono più a loro agio, altri più impacciati, con qualche piccolo acciacco. I più simpatici sono il cane e il gatto che "hanno uno stile disordinato" tanto che sembrano nuotare nell'aria. Ma non interessa. Non c'è nessun giudizio da parte di alcuno. L'importante è il risultato: saper volare (una cosa mica da poco eh!).


Il padre propone di fare un viaggio volando: nessuna esitazione, tutti d'accordo, pronti... via! La famiglia con lo stretto necessario si lancia all'avventura. E così li seguiamo, attraverso le illustrazioni lievi e delicate di Anna Castagnoli, alla scoperta di paesaggi diversi,

a far merenda sulle nuvole, a scappare dai fumi molesti delle città inquinate, che emanano solo "puzza" e disordine. Sempre dietro al canarino, alla ricerca del profumo "di terra e sole".

La famiglia decide di fermarsi su un'isola appena emersa, in mezzo ai marosi. Da lontano sembra uno sparuto scoglio privo di attrazione, ma quando la lente di ingrandimento "zoomma" sull'interno,

si prospetta un vero e proprio paradiso,


e tutti atterrano sopra "cuscini di muschio e cespugli di mirtilli". Li vediamo atterrare soavemente, un piccolo abbracciato alla mamma, il padre che ci affonda proprio dentro, quasi a farci "gustare" quanto soffice è il substrato che li accoglie e la gioia, l'appagamento che prova chi ha trovato qualcosa di ricco.
Qui regnano "silenzio e pace".
A vedere quelle immagini e a leggere le parole dell'albo, non posso non pensare a quanto ha ricordato Monica Guerra durante il VI convegno della Rete di Cooperazione educativa (ne ha parlato qui), sulla potenza della Natura.
Forse dovremmo soffermarci di più sugli enormi benefici effetti che provoca un ambiente naturale. Sono perciò grata anche a Guia Risari e ad Anna Castagnoli che sanno riportarcelo con grande effetto e poesia. Un effetto così potente da rendere irreversibile una timida proposta iniziale, quella di una semplice vacanza, che si trasforma in una scelta di vita. Alla scoperta delle meraviglie del mondo. Uniti, insieme. Senza una meta, ma "con la gioia di volare".

venerdì 4 novembre 2016

VI incontro della Rete/ Educare nel vuoto per imparare a perdersi: gli insegnamenti della Terra, la parola a Monica Guerra



Sabato 22 ottobre, nella sessione plenaria della Rete di Cooperazione educativa C'è speranza se accade @ (qui il link al primo post) Monica Guerra, del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, dell'Università degli Studi Milano Bicocca, ha incantato la platea con il suo intervento “Educare nel vuoto per imparare a perdersi: gli insegnamenti della Terra”.

L'incontro è stato così emozionante, ricco e intenso che ho preferito lasciare spazio alle parole di Monica, che in tanti dovrebbero incontrare di persona, per appassionarsi, entusiasmarsi, disorientarsi (in senso buono) insieme a lei. Eccola...

Ci sono tre cose che vorrei condividere di me: sono una ricercatrice universitaria, e il mio lavoro è "una bella scusa" che mi consente di entrare a scuola; la seconda è che sono presidente dell'associazione Bambini e Natura (sito qui, pagina facebook qui), nata in una mattina in cui con alcuni amici ci siamo riuniti e detti che dovevamo fare qualcosa, mettendoci la faccia; la terza appena accaduta l'ho trovata nel libro curato da Comune Info (qui), che nel presentarmi scrive che faccio parte della Rete di cooperazione educativa. Penso che si tratti di un "refuso" (errore di bozza, ndr), ma ho intenzione di tenerlo nel mio curriculum, perché la Rete mi piace proprio. Ho iniziato a emozionarmi ieri sera a tavola: c'era un silenzio incredibile nonostante fossimo in molti e la rete mi sembra un po' così, silenziosa ma che prende spazio in un territorio importante da occupare. Per questo sono felice di essere qui e sono grata a Fuori (ne ho parlato qui), libro di cui sono la curatrice, significativo perché corale, perché pare un po’ colpa sua se ci siamo ritrovati qui a parlare di Terra, e quando i libri ti fanno incontrare le persone sono preziosi.


Comincio così:“C'era una volta una bambina a cui piaceva molto perdersi, e lo faceva bene perché poi era brava a ritrovarsi. Quando decideva di perdersi andava nel grande prato dietro casa, lo attraversava tutto, si affacciava al limitare della foresta e si incamminava all'ombra dei grandi alberi che diventavano sempre più grandi e sempre più fitti.”

Ai bambini piace perdersi, ma amano perdersi quando sono loro a sceglierlo. Amano perdersi nel senso di vagabondare, di vagare senza meta. Senza sapere dove stanno andando. Quando c'è quell'agitazione della sorpresa, che ti giri e non ci sono più i tuoi riferimenti, ma si apre qualcosa di nuovo e di diverso. In natura, ci dice Beatrice Masini (ecco un'altra "regina delle parole" che sa incantare, ne ho parlato qui), perdersi è affacciarsi a qualcosa di nuovo, che qui descrive come un fitto di alberi che sembra avere poco a che fare con il vuoto.


Quando mi è stato chiesto di pensare a questo intervento e proposto di parlare di vuoto perché in Fuori ne avevo scritto un paragrafo, ho detto di sì. Poi però nell'ultimo mese non ho fatto altro che ragionare al vuoto e al perdersi. Quando per tutto il mese ragioni di perderti, il rischio è non sapere dove stai andando. Soprattutto mi sono chiesta: come si permette una “piccola come me” di dire alla Natura che è vuoto, quando la sensazione che abbiamo tutti quando andiamo in natura è che finalmente ci ritroviamo in qualcosa di bello, di pieno, di ricco? Sembra un'affermazione che odora di scandalo, ma ringrazio Carlo Ridolfi (presidente della Rete di Cooperazione Educativa, ndr, qui il link) che mi ha “costretto” a mettere in fila alcuni pensieri, per cui spero non vi dispiacerà perdervi un po' con me.


Un vuoto che fa bene
Nella maggior parte dei casi quello che sappiamo della Terra non sembra avere a che fare con il vuoto. Oggi sappiamo tutti quanti che la natura, se può essere vuoto, è un vuoto che fa bene. Moltissime ricerche ci descrivono che fa bene, perché genera appartenenza, ciò che è stato descritto come biofilia (nel frequentarla noi ci avviciniamo alla natura e sentiamo di fare parte di essa). Di più, sappiamo che la natura fa bene dal punto di vista fisico, ma anche che è predittiva di felicità, a parità di altre condizioni di vita, che fa stare meglio dal punto di vista emotivo. E ancora che serve a ridurre lo stress, a rigenerare concentrazione e attenzione; che sostiene la curiosità e la creatività.


Se è vuoto, dunque, è vuoto intelligente perché Natura è anche qualcosa che ci permette di apprendere meglio. Oggi sappiamo che le esperienze in natura sono esperienze che generano apprendimento anche dal punto di vista formale.

Se la Natura è vuoto, è vuoto che fa scuola da molto tempo: almeno da Rousseau, certamente fino a Zavalloni e passando per Mario Lodi. Dunque, se la natura fa così tanto scuola, come posso accostarla al vuoto?

Il vuoto come spazio non saturo
Allora, vuoto in che senso? Provo a parlare di spazio naturale intendendolo come spazio non saturo. La natura per me si configura come uno spazio diverso da altri luoghi che bambini e ragazzi sono abituati a frequentare nella loro quotidianità sia scolastica sia domestica, dove c’è saturazione di oggetti e proposte scelte da altri. Perché nei suoi spazi c'è ancora spazio per mettere se stessi. I luoghi naturali non sono stati completamente predefiniti e organizzati da altri: quello che troviamo in natura è completamente divergente da quello che si può trovare in un'aula scolastica, in una casa o anche in un cortile.

Quando siamo in natura non troviamo di norma risposte ma soprattutto domande. 
Domande che riguardano le cose, gli eventi nella loro complessità, perché il mondo ci viene incontro intero, in fenomeni complessi. Quando portiamo i bambini all'aperto non riusciamo a portarli esclusivamente a fare scienze, matematica o geometria, perché dentro alla natura, ad esempio dentro ad un albero, ci sono contemporaneamente la storia, la geografia, la matematica, la geometria, le scienze, ci sono tutte le discipline che arrivano incontro a un bambino in maniera unica, globale, complessa. Le discipline sono un costrutto che l’uomo ha creato perché siamo cosa piccola rispetto al mondo e avevamo bisogno di ridurlo un po’ per provare a capirlo. Non sto negando che l'avere inventato le discipline non sia un modo che ha permesso all'umanità di generare poi conoscenza, però le discipline rischiano di "imbrigliare". Soprattutto se siamo più preoccupati di insegnare contenuti disciplinari che non di permettere ai bambini di incontrare le domande del mondo. Ma le domande del mondo arrivano loro incontro intere. Cosa avrà da raccontare quel materiale o quello spazio naturale a quel bambino?
La Natura, allora, è un vuoto settoriale, perché non parla per settori, mentre è un pieno di senso, un pieno di vita, un pieno che interroga profondamente e mai banalmente.

Il mondo ci viene incontro così, per cui questo spazio vuoto, nel senso che stiamo delineando di non già completamente predeterminato, è rigenerante in quanto si contrappone a spazi e tempi molto pieni che i bambini e i ragazzi incontrano tutto il giorno a scuola, oltre che a casa. E in quegli spazi non più saturi possono accadere cose differenti da quelle che succedono altrimenti scuola.
Ne indico alcune.

Il vuoto come infinite possibilità
Fuori spesso gli insegnanti sanno poco, meno di quello che sanno dentro, dunque sono più vicini ai bambini. In questo spazio in cui non sappiamo abbastanza, si apre la possibilità per noi di stare a vedere cosa succede. In quello spazio che chiamo di “comune inesperienza”, perché adulti e bambini ne sanno oggi entrambi troppo poco, gli adulti possono tornare a osservare.
Andare fuori è una delle modalità con cui gli adulti hanno la possibilità di provare a cambiare il proprio ruolo. Quando siamo dentro, sappiamo – perché lo abbiamo imparato, interiorizzato, a volte trasformato in routine - quello che siamo chiamare a fare, conosciamo i contenuti e anche le metodologie. Quando andiamo fuori, invece, non lo sappiamo più. Proprio perché ne sappiamo poco di Natura, quando andiamo fuori può succedere che rimaniamo senza parole, che non abbiamo le risposte. Allora si apre lo spazio di una “ricerca condivisa”. Quando non siamo preoccupati di dare la risposta giusta alle domande dei bambini, magari proprio perché non la conosciamo, allora può succedere che noi e i bambini possiamo farci buone domande. C’è lo spazio – vuoto - per stare ad ascoltare le domande che i bambini si fanno. Lì può cambiare qualcosa, che entra in maniera dirompente nel mondo della scuola.


Fuori per lasciare provare i bambini
Fuori c'è anche una diversa distanza, nel senso che si possono sperimentare delle distanze maggiori, meno prossime, da quelle che ci sono normalmente negli spazi che conosciamo dentro. All'interno siamo molto vicini, talvolta addosso. Sopra le teste dei bambini. Spesso prevalichiamo la voglia di dire e di fare dei bambini per condurli dove crediamo debbano andare, verso ciò che pensiamo debbano sapere, fare, dire. Fuori riusciamo maggiormente – certo, a patto che abbiamo coraggio, perché dobbiamo rischiare di credere davvero in quello che possono provare a fare - a prendere nuove distanze, facendo crescere di contro la vicinanza emotiva. Se non siamo distratti da chiacchiere e non assumiamo la posizione dei guardiani, possiamo sperimentare quella di chi, con un buon obiettivo, una buona lente, si mette a guardare. E in quel guardare scopriamo che possiamo lasciarli andare. Possiamo provare a esercitare fiducia nei loro confronti. Allora fuori si genera uno spazio vuoto, nel senso di libero, dove loro possono provare a fare.

Conoscere per proteggere
È vero che gli adulti sono poco abituati a frequentare la natura, ma oggi questo vale anche per i bambini e i ragazzi. Noi associamo bambini e natura come se fossero un binomio imprescindibile, ma questo sta diventando sempre più come un binomio fantastico di Rodari, ovvero un'associazione che non è così scontata. Per poter voler frequentare qualcosa la dobbiamo conoscere, per volerla frequentare dobbiamo averci a che fare. Nessuno sta bene in un luogo che non conosce, perché la prima esperienza è di disorientamento: se non lo frequenti, non lo conosci, non lo ami e non lo proteggi. Questo è un passaggio cruciale. Per seminare il futuro abbiamo bisogno di frequentare: per conoscere, per amare, per proteggere. Se non compiamo questi passaggi, probabilmente invecchieremo come adulti che non proteggono la terra e faremo crescere bambini che non la proteggeranno, perché non l'hanno conosciuta e dunque non la possono amare.
Per costruire un dialogo fertile con la Terra c’è bisogno di conoscerla. Di adulti coraggiosi che si prendono la responsabilità di far uscire i bambini e i ragazzi, a rischio di perdersi.
Allora perdersi diventa davvero un bene, perché quando cambiamo le coordinate dei luoghi che frequentiamo, quando dall'aula andiamo fuori, perdiamo un po' il nostro ruolo perché non sappiamo più perfettamente cosa fare. Siamo stati istruiti per insegnare dentro, e spesso in un modo vecchio, come sento il mio ora mentre vi parlo da un palco, un modo che si riduce al racconto unilaterale di qualcuno che prova a condividere, più o meno umilmente, ciò che ha capito. Ma questo modo è, comunque, un modo vecchio.

Quando ci si perde, ci si apre al Mondo
Occorrono adulti coraggiosi, dunque, che permettano ai bambini di attraversare un vuoto di certezze, di uscire e perdersi, perché quando si inizia a perdersi si apre il mondo. Un mondo che è fatto di inconsueto, e dunque di possibilità, in cui si aprono orizzonti che non avevamo neanche immaginato. Ma è un mondo possibile, senza assillo, molto diverso da certa scuola ancora troppo diffusa: un mondo dove si può correre il rischio di oziare, come Gianfranco Zavalloni ha raccontato bene, e così di apprendere.

Nel vuoto che la natura istituisce può cambiare il modo con cui stiamo con i bambini.
Io non sono appassionata di natura perché mi piace sporcarmi le mani: anche, ma non solo né soprattutto. La cosa che genera e sostiene la mia passione è lo spiazzamento che avverto nello stare fuori. In questo spiazzamento sento che nella Terra, nel Mondo si può istituire un modo diverso anche di pensare la scuola.

Il vuoto è faticoso perché si sente il cuore. Anche della scuola.



Questa natura che provoca a stare in ascolto in modo diverso, può farci sentire il cuore dei bambini, il nostro cuore quando stiamo in silenzio dentro la natura e ci può far sentire il cuore della scuola, un cuore che deve ricominciare a battere forte. Innanzitutto dentro alla scuola pubblica. E non perché le scuole che non sono identificate come tali non siano buone scuole, ma perché penso che le scuole debbano essere comunque e sempre pubbliche, nel senso di tutti, per tutti, accessibili, partecipate, vive. In questo momento vivo con dolore il movimento centrifugo dalla scuola di tante famiglie, come anche la fatica a restarvi dentro di tanti altri genitori, ma anche di molti insegnanti, che sentono che quello che si fa a scuola non è quello che vorrebbero che la scuola fosse.

La scuola che fa venir voglia di imparare
Abbiamo una responsabilità enorme, perché la scuola di tutti i bambini, di ogni bambino, deve essere un luogo che non spegne le loro teste, ma che li tiene vivi, che li “infetta” di un virus buono che permette loro di continuare ad avere voglia di imparare, per tutta la vita.

Per me in gioco c'è qualcosa di più del solo uscire. Uscire permette di frequentare, conoscere, amare e proteggere, lo abbiamo detto, dunque è certamente importante. Però per me andare fuori significa soprattutto avere l’opportunità di pensare cosa vorrei fosse il futuro dell'educazione. Io voglio che il futuro dell'educazione sia un posto dove i bambini entrano contenti di esserci arrivati, che abbiano voglia di starci tutto il tempo, tutti i giorni dell'anno e che nelle prime settimane di scuola non si chiedano quanto manca alla fine. Non voglio che pensino che quando escono alle quattro del pomeriggio finalmente inizia la vita, voglio che non serva avere tanti i compiti da fare perché quello che è successo dentro, quando hanno passato tutta la giornata a scuola, è stato talmente ricco e bello e produttivo che li ha riempiti per i giorni, i mesi e gli anni a venire. Per questo vorrei tantissimo una scuola aperta sul mondo.


Riassumendo...
I bambini e i ragazzi hanno bisogno di natura. È un fatto. Per tutte le ragioni che ci siamo detti prima: crescono meglio, con una mente più aperta, perché è vero che nella terra è il futuro dell'educazione. Ancora di più, però, il mondo ha bisogno dei bambini e dei ragazzi, perché altrimenti non vive. Non penso che ci possa essere un'altra storia. Questo mondo ha bisogno che ognuno di noi svolga al meglio il suo lavoro.

Di solito si chiude dicendo grazie. Io oggi per la prima volta ho deciso di chiudere dicendo “per favore”, perché vorrei che l'onda di queste giornate fosse un’onda lunga, in cui conservassimo l’idea che i bambini si possono perdere. E, mentre loro si perdono e scoprono il mondo e la vita, noi perdessimo un po’ l'idea tanto rassicurante di scuola che ci siamo costruiti addosso, per andare con coraggio verso una scuola diversa, aperta al mondo, perché sa che là fuori c'è il futuro.

Vorrei che l'onda lunga di tutto quello che la Rete fa e che stiamo condividendo qui lo portassimo dentro ai nostri posti di lavoro. Se non ci mettiamo la faccia, tutti e ognuno, la scuola di tutti è una scuola destinata a perdersi, e non nel senso buono che abbiamo provato a condividere. Mentre può essere un posto dove c'è vuoto e, dunque, spazio per tutti. Quando facciamo vuoto, l'universo ci può riempire.


Per approfondire qualche link: qui un Manifesto educativo per innovare la scuola, qui Monica Guerra a Buongiorno Regione della Lombardia (dal minuto 10...).

"Botticelli. Inferno", di Ralph Loop, al cinema dal 7 al 9 novembre


Dal 7 al 9 novembre in tutte le sale che aderiranno (elenco su www.nexodigital.it), uscirà "Botticelli. Inferno", di Ralph Loop una co-produzione tedesco-italiana, a cura di TV Plus, Medea Film e Nexo Digital. La distribuzione è a cura di Nexo Digital in collaborazione con Sky Arte HD e MYmovies.it nell’ambito del progetto "La Grande Arte al Cinema" (link qui).


Se quasi tutti conoscono la "Nascita di Venere" e la "Primavera" di Botticelli (1445-1510) esposte agli Uffizi, pochi sanno che l'artista fiorentino, ormai considerato uno dei più importanti del Rinascimento italiano, si dedicò per molto tempo a un'opera straordinaria, l'illustrazione della Divina Commedia.

Le tavole - come svelano molti esperti in questo film documentario - sono a dir poco rivoluzionarie sia per lo studio approfondito che l'artista fece dell'opera dantesca, sia per il modo di rappresentarla, "rendendo visibili storie e finestre verso altri mondi" che la gente dell'epoca non riusciva nemmeno a raffigurarsi.
Il pittore, conosciuto per la rappresentazione della bellezza a livello ideale, ispirata dalla musa Simonetta Vespucci (le cui spoglie giacciono nella stessa chiesa di Ognissanti dove è sepolto il pittore) mostra in quest'opera un lato più oscuro e profondo, meno noto, in cui si inabissa negli Inferi insieme a Dante e Virgilio in un ciclo continuo, ripercorrendo i 9 cerchi dell'Inferno, fino a riprodurre in modo originale anche il Purgatorio e il Paradiso.


Il film si incentra sulla mappa dell'Inferno, una delle sette pergamene conservate presso la Biblioteca Vaticana (ora disponibile online anche qui, su Digita Vaticana), che fanno parte di un progetto più ampio (commissionato dalla nobile casata dei Medici), che comprendeva in totale di 102 tavole, di cui la maggior parte è presente a Berlino. La digitalizzazione lascia comprendere dettagli di quella che forse era la copertina dell'opera che rimane ancora piena di misteri. Infatti, come mai alcune pergamene sono scomparse? Inoltre, come sono arrivate a Berlino? Cosa si può scoprire da una "semplice" rilegatura? Una storia raccontata a più voci che fa appassionare gli spettatori alle vicissitudini di un'opera che ha entusiasmato anche chi ha potuto visitare la mostra a Londra alla Courtauld Gallery (qui un link riassuntivo).

Nel corso di questo film documentario, si avvicendano anche racconti sulla vita dell'artista, a partire dal nome: alla nascita risulta, infatti, come Alessandro Filipepi, trasformato in seguito in Botticelli, la cui origine rimane ancora ignota. In base a una prima ipotesi il cognome potrebbe essere legato a un soprannome del fratello che era "grosso come una botte", in base a una seconda sarebbe collegato al termine "bottilaro", che all'epoca era il modo in cui ci si riferiva agli orafi. In effetti, prima di entrare a bottega da Filippo Lippi, Botticelli passò diverso tempo presso un orafo e proprio qui scoprì la passione per il disegno.


I canti di Dante si alternano alle descrizioni minuziose dei disegni di Botticelli a cura di molti esperti, italiani ed esteri, che spiegano allo spettatore "incollato" allo schermo come apprezzare al meglio queste pergamene ricche di dettagli, in alcuni - pochi - casi piene di colore, in altri lavorate solo a inchiostro (che riprendeva gli schizzi preliminari impressi con punteruolo e penna metallica), tutte comunque disegnate a mano libera! Un capolavoro effettuato a più riprese, che forse rimase incompiuto con la morte dell'artista.

Un film che tutti dovrebbero vedere, specie gli insegnanti e gli alunni, per avvicinarsi in modo innovativo all'opera di Dante, scoprire come lasciarsi catturare dalle vicende dell'uomo Botticelli e da un'epoca da noi oggi considerata meravigliosa ma che in realtà era molto più difficile di come ce la immaginiamo (basti pensare che l'Arno era un posto insalubre dove venivano gettate le carcasse degli animali) e, infine, coniugare arti che vengono studiate separatamente.

Se non vi ho convinti a parole, ecco qui il trailer, e, in anteprima, una clip qui.


Divagazioni dantesche
A proposito di Dante, lo scorso anno, in occasione dei 750 anni della nascita del poeta, la Società Dantesca Italiana ha realizzato la mostra divulgativa "Dante: vita, opere, fortuna" che oggi, in occasione dell’arrivo al cinema del film Botticelli. Inferno - e grazie alla Società Dantesca - i cinema potranno proporre nei propri foyer. Inoltre, nell'ambito del progetto Lectura Dantis 2016 (tutti i dettagli qui), che a Firenze propone incontri su Dante e il suo tempo giovedì 17 novembre Elisa Brilli presenterà l'incontro “Riscrivere la Firenze di Dante. Racconti, silenzi e congetture tra cronache e Commedia”.

giovedì 3 novembre 2016

"Lei Vivian Maier", Cinzia Ghigliano, Orecchio Acerbo


Sarei proprio curiosa di vedere il finissage, questo incontro finale speciale che si terrà venerdì 4 novembre alle 17.45, nelle sale dell'Arengario di Monza che ospita la mostra "Vivian Maier. Nelle sue mani" (qui un link con alcune info - la mostra rimane aperta ancora fino a gennaio), e che vedrà coinvolte Cinzia Ghigliano autrice di "Lei. Vivian Maier", edito da Orecchio Acerbo, di cui allo studio Arosio (qui), l'associazione Restart ha esposto in questi giorni i disegni originali. Il tutto, insieme anche a Raffaella Musicò della neonata libreria indipendente Virginia & Co (qui la storia e qui la pagina facebook). Una visita speciale a una mostra che sicuramente merita.

Un intreccio di donne coraggiose, audaci, amanti della cultura. A tenerle insieme in un fil rouge lei, Vivian Maier, tata di professione e fotografa per passione e talento (ne ho parlato qui), protagonista anche dell'albo edito da Orecchio Acerbo (link qui)


Un albo raccontato attraverso la Voce della sua Rolleiflex, la macchina fotografica che teneva sempre appesa al collo, che narra "Un battito del mio occhio, finta palpebra apri e chiudi, fermava il mondo che i suoi occhi scoprivano". Un racconto poetico dove le parole sono un tutt'uno con le illustrazioni di Cinzia Ghigliano (link qui) che, con grande maestria, ha saputo catturare alcuni momenti essenziali per conoscere questa donna misteriosa


La macchina che l'ha fotografata molto, attraverso ogni tipo di specchio o riflesso.
La macchina che non la lasciava mai, anche quando i bambini che curava prendevano l'autobus per andare a scuola.
La macchina che ha visto tanti posti e tante persone, con lei.


In poche frasi, il racconto essenziale di una vita spesa ad amare vicoli, aromi, pregi e difetti di ogni angolo di strada in cui Vivian Maier è stata e che ha amato a modo suo. Un amore grande, come quello per i tanti bambini che ha curato e osservato attraverso questo terzo occhio. 

Ogni persona per lei era una storia da raccontare attraverso la macchina fotografica, che si descrive come "la penna con cui quel diario è stato scritto".


Di persone Vivian ne ha incontrate tante, ma nessuno l'ha conosciuta veramente, se non per le sue strane abitudini che aveva nel vestirsi o rintanarsi nella sua stanza. 
Un albo che accende lo sguardo su una donna che per caso è venuta alla ribalta ma che ha narrato con occhio vigile e appassionato il mondo che la circondava.

"Tam tam bum" di Frédéric Stehr, Babalibri


Cosa succede quando alcuni uccellini si mettono a "trafficare" con gli oggetti di casa? Ne può uscire una piccola orchestra improvvisata che li appassiona in modo così travolgente da coinvolgere sempre più amici. È quello che succede in "Tam tam bum" di Frédéric Stehr, edito da Babalibri (qui il link alla casa editrice), un piacevolissimo albo cartonato, che piacerà un sacco ai più piccoli.


Tutto inizia con un gufetto gioca con due mestoli che batte con gran divertimento su una pentola rovesciata. Il suono attrae un altro uccellino giallo dal becco lungo - come gli aironi  - che va subito a prendere due coperchi per alternare il ritmo del "tam tam tam" dei mestoli a quello del "deng deng deng" dei piatti.
Un altro volatile, forse un pulcino, dal piccolo becco e due zampone rossi, incuriosito si avvicina e non ce la fa a non prendere un altro oggetto dalla cucina e suonare "bum bum bum".


Il concerto sempre più rumoroso attrae sempre più uccellini che, entusiasmati da quei suoni che sentono uscire e mescolarsi e che per tutti è solo "musica", vanno a rifornirsi di altri attrezzi. E come ogni gioco che è bello finché dura, a un certo punto arriva mamma gufa che, dopo aver chiesto cosa stiano facendo, sequestra gli strumenti lasciandoli "di stucco" e un po' delusi. Ma tornerà con una dolce sorpresa.
Una volta rifocillati, gli amici si ritrovano dunque a scoprire un altro angolo della cucina e cosa decideranno di combinare? ps se non volete rovinarvi la sorpresa non sbirciate il retro della copertina...

Questo albo riporta con semplicità quello che accade quando i bambini iniziano a scoprire il mondo che li circonda e imparano presto che gli oggetti più comuni e semplici possono diventare giochi preziosi (molto più di quelli preconfezionati). Infatti, mestoli, cucchiai, pentole, coperchi e tanti oggetti che ognuno di noi ha in cucina riescono sempre a entusiasmare i nostri "cuccioli", grazie al suono e al timbro diverso che emettono, coinvolgendoli anche per molto tempo.

L'albo cartonato con gli angoli arrotondati inoltre si presta ad essere maneggiato anche in tenera età, e riesce a rendere complici grandi e piccini in una lettura che riporta alla quotidianità, e regala al tempo stesso sicurezza (ritrovare gli oggetti noti e di "ogni giorno") e divertimento (specie se i grandi si metteranno in gioco, divertendosi a riprodurre i suoni con i loro bambini nel modo più buffo possibile.)

giovedì 27 ottobre 2016

"Una vacanza quasi perfetta" di Anne Percin, Giralangolo


Diciassette anni, Maxime, per scampare all'ennesima vacanza in Corsica con i suoi genitori -supportato da Alice, la sorella più piccola che ha le idee più chiare di lui (passare del tempo in una colonia estiva con la sua migliore amica) - preso alla sprovvista, decide di trascorrere luglio e agosto con la nonna, in un quartiere poco distante da Ivry, un comune alla periferia di Parigi (link). Pochi chilometri separano i due edifici ma la distanza sembra siderale "Il quartiere Kremlin-Bicêtre pur essendo solo a qualche fermata di autobus da Ivry, per me era come se fosse oltre le steppe degli Urali. È lontano ed è bello perché laggiù c'è un giardino, e in quel giardino c'è un ciliegio, e in quel ciliegio c'è un gatto. ... E in mezzo al giardino, tra la strada e il ciliegio sorge ben dritta la casa di nonna Lisette, con le finestre dalle imposte di legno e il cancelletto arrugginito che cigola." Naturalmente quella abitazione nasconde una serie di tesori molto più cari al ragazzo, come l'intera collezione di libri di Agatha Christie, fumetti ingialliti a non finire, una "soffitta di scatole dal contenuto bizzarro, perché la nonna è stata maestra di scuola", una camera insonorizzata, e una stanza con il computer quasi nuovo da cui scaricare "film nell'illegalità più completa".

Così inizia in sordina il periodo di svago di Maxime in "Una vacanza quasi perfetta" di Anne Percin (edito da Giralangoloqui), un libro che propone in modo ironico come riuscire a crescere affrontando le piccole e grandi sfide che la vita ci riserva. Se infatti a Maxime si prospettano solo ore di ozio, nottate a chattare con gli amici, rintanato nel suo guscio ad ascoltare e comporre musica con la chitarra, il giovane si ritroverà all'improvviso catapultato in un'esperienza al di sopra delle sue aspettative.
Infatti, dopo la prima settimana tranquilla, in cui viene coccolato e vezzeggiato, lasciato libero di curiosare e di scoprire la vita piena che Lisette ha al di fuori delle faccende quotidiane, Maxime subisce un vero e proprio straniamento quando, un pomeriggio, si ritrova in cucina avvolto da un forte odore di caramello e dai vapori di fumo che si levano dalla pentola di rame sul fuoco:"Una vera marmitta da strega". Ma le sorprese sono appena iniziate, perché, evitato l'incendio, andando alla ricerca della nonna, la troverà accasciata e priva di sensi nel sottoscala alla "Harry Potter". Di fatto la nonna finisce in ospedale, e il lettore segue con grande interesse la serie di gag esilaranti che capitano una dopo l'altra al giovane protagonista, alle prese non solo con la polizia ma anche con le cartine dell'ospedale...

Inizia così un'estate diversa, in cui un adolescente si troverà ad affrontare da solo insolite avventure, dalla gestione quotidiana di una casa dove qualche ora prima era un semplice ospite - alle prese con le prime esperienze culinarie (con qualche sorpresa gastronomica), una caterva di panni sporchi o con lo scaldabagno che non funziona - alla relazione con la nonna, che all'inizio sembra avere perso la memoria, ma pian piano riuscirà a riprendersi, passando da un reparto all'altro.
Il ragazzo saprà cavarsela egregiamente e, senza volerlo, scoprirà una verità scomoda sulla sua famiglia, che metterà in discussione l'immagine "stereotipata" e forse "edulcorata" delle persone care, che celano molti più segreti di quanto uno possa immaginare.

Nel romanzo non manca anche una parte dedicata alla prima "cotta" che, come a volte succede, nasce da un'iniziale ostilità e dal pregiudizio, per trasformarsi in qualcosa di imprevisto, e quindi, ancora più bello ed emozionante.

Il libro, raccontato in prima persona, è bel mix di descrizioni sceniche, note ironiche e riflessioni non prive di emozioni e commozioni del protagonista. Lasciato in balia di se stesso, Maxime a volte è in preda alla nostalgia e alla solitudine, senza però lasciarsi mai prendere dallo sconforto e, grazie alle energie ritrovate, riuscirà a scoprire quanto sia in grado di badare a se stesso e agli altri molto meglio di quanto pensasse, perché "Bisognerebbe smettere di credere che prima dei vent'anni siamo dei vegetali."

Questo romanzo incolla il lettore pagina dopo pagina facendosi "divorare" in poco tempo con molta piacevolezza, senza togliere spazio alla riflessione, dimostrando come i giovani, lasciati liberi di agire senza pre-giudizi, siano capaci di sorprendere.
Non a caso il libro dell'autrice francese, ha ricevuto un riconoscimento in Francia (qui il suo commento in francese), e sono lieta che sia finalmente uscito nella versione italiana grazie a Giralangolo.

Per chi ne vorrà fare buon uso, ecco anche un link (qui) che suggerisce una serie di approfondimenti sui temi trattati e collegamenti utili (sempre in francese) specie a studenti e insegnanti.