Visualizzazione post con etichetta Rete di cooperazione educativa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rete di cooperazione educativa. Mostra tutti i post

mercoledì 28 giugno 2017

"Sguardi d'infanzia - Illustrazioni in movimento", mostra itinerante: le prossime tappe


Ho avuto il piacere e l'onore di seguire da vicino la nascita del progetto bellissimo messo in piedi dall'associazione Edufrog Aps ed Emmi's Care e intervistare la pedagogista Francesca Romana Grasso e la psicomotricista Alice Gregori. Potete trovare il loro racconto qui.

La loro avventura in realtà era appena iniziata ed è proseguita con la selezione di opere di illustratori sul movimento spontaneo del bambino, a opera di una giuria - composta oltre a loro due, anche da Francesca Archinto e Fausta Orecchio, rispettivamente editori delle case editrici Babalibri e Orecchio Acerbo, e Stefano Laffi (Codici ricerca e intervento) - che ha decretato alla scorsa fiera di Bologna la vincitrice Matilde Lidia Martinelli con la seguente motivazione "La tavola evidenzia una corretta visione del corpo del bambino e del suo movimento, una buona tecnica e una bella scelta cromatica. Il movimento del bambino è reso nella sua dimensione più naturale e avvolgente per l'infanzia, ritraendo un momento ludico condiviso tra più bambini, in cui il piano simbolico e la dimensione avventurosa si auto alimentano". Sono state anche attribuite tre menzioni a tre opere di Simona Pasqua, Matteo Pagani e Irene Temperini (trovate tutto qui). 

Gli illustratori hanno potuto seguire una formazione gratuita con una introduzione teorica al pensiero della pediatra Emmi Pikler (1902-1984) e di Klara Pap, che per prima ha documentato il naturale movimento del bambino, e osservare insieme una serie di albi illustrati grazie al contributo di Marina Petruzio (ormai nota per le recensioni su Luuk Magazine e il suo apporto prezioso a LibriCalzelunghe). 
A chi volesse cogliere l'occasione per approfondire questi temi, segnalo il seguente appuntamento a Genova il 6 luglio: info a illustrazioninmovimento@pikler.it . 

Le illustrazioni fanno ora parte di una mostra itinerante (si può richiedere qui), che si compone di 11 tavole illustrate e 2 di testo e il catalogo, per la durata di dieci giorni. Dopo le prime tappe a Milano e Brescia, altre tre sono già sicure (segnate in agenda!): dal 7 al 31 luglio a Genova, presso Gelatina (via Giuseppe Garibaldi 20r), il centro polivalente in cui convivono gelateria artigianale, libreria e spazio espositivo per l’arte contemporaneaQui trovate un post ricco di informazioni sulla prima tappa.

Dopodiché sicuramente sarà a Brescia, il 23 e 24 settembre, in occasione della quarta edizione del Family Care (qui tutte le informazioni: appuntamento gratuito per le famiglie e occasioni di formazione di qualità) e in ottobre a Bari, in concomitanza con la VII edizione del convegno nazionale della Rete di Cooperazione educativa che si terrà il 20 e 21 ottobre (qui sito, qui pagina fb). Se non conoscete ancora questa rete vi consiglio di non perderla di vista, se siete interessati all'educazione e a riflessioni di qualità.



"Sguardi d'infanzia - Illustrazioni in movimento" è anche un catalogo attento e ragionato, a partire dal Manifesto di alleanze educative e di cura (qui) e dalle illustrazioni prodotte per il primo concorso, per proseguire con una bibliografia utilissima che racconta saggi, albi, libri e link a disposizione per approfondire l'argomento o iniziare a farsi un'idea di questo argomento affascinante e ricco.

venerdì 4 novembre 2016

VI incontro della Rete/ Educare nel vuoto per imparare a perdersi: gli insegnamenti della Terra, la parola a Monica Guerra



Sabato 22 ottobre, nella sessione plenaria della Rete di Cooperazione educativa C'è speranza se accade @ (qui il link al primo post) Monica Guerra, del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, dell'Università degli Studi Milano Bicocca, ha incantato la platea con il suo intervento “Educare nel vuoto per imparare a perdersi: gli insegnamenti della Terra”.

L'incontro è stato così emozionante, ricco e intenso che ho preferito lasciare spazio alle parole di Monica, che in tanti dovrebbero incontrare di persona, per appassionarsi, entusiasmarsi, disorientarsi (in senso buono) insieme a lei. Eccola...

Ci sono tre cose che vorrei condividere di me: sono una ricercatrice universitaria, e il mio lavoro è "una bella scusa" che mi consente di entrare a scuola; la seconda è che sono presidente dell'associazione Bambini e Natura (sito qui, pagina facebook qui), nata in una mattina in cui con alcuni amici ci siamo riuniti e detti che dovevamo fare qualcosa, mettendoci la faccia; la terza appena accaduta l'ho trovata nel libro curato da Comune Info (qui), che nel presentarmi scrive che faccio parte della Rete di cooperazione educativa. Penso che si tratti di un "refuso" (errore di bozza, ndr), ma ho intenzione di tenerlo nel mio curriculum, perché la Rete mi piace proprio. Ho iniziato a emozionarmi ieri sera a tavola: c'era un silenzio incredibile nonostante fossimo in molti e la rete mi sembra un po' così, silenziosa ma che prende spazio in un territorio importante da occupare. Per questo sono felice di essere qui e sono grata a Fuori (ne ho parlato qui), libro di cui sono la curatrice, significativo perché corale, perché pare un po’ colpa sua se ci siamo ritrovati qui a parlare di Terra, e quando i libri ti fanno incontrare le persone sono preziosi.


Comincio così:“C'era una volta una bambina a cui piaceva molto perdersi, e lo faceva bene perché poi era brava a ritrovarsi. Quando decideva di perdersi andava nel grande prato dietro casa, lo attraversava tutto, si affacciava al limitare della foresta e si incamminava all'ombra dei grandi alberi che diventavano sempre più grandi e sempre più fitti.”

Ai bambini piace perdersi, ma amano perdersi quando sono loro a sceglierlo. Amano perdersi nel senso di vagabondare, di vagare senza meta. Senza sapere dove stanno andando. Quando c'è quell'agitazione della sorpresa, che ti giri e non ci sono più i tuoi riferimenti, ma si apre qualcosa di nuovo e di diverso. In natura, ci dice Beatrice Masini (ecco un'altra "regina delle parole" che sa incantare, ne ho parlato qui), perdersi è affacciarsi a qualcosa di nuovo, che qui descrive come un fitto di alberi che sembra avere poco a che fare con il vuoto.


Quando mi è stato chiesto di pensare a questo intervento e proposto di parlare di vuoto perché in Fuori ne avevo scritto un paragrafo, ho detto di sì. Poi però nell'ultimo mese non ho fatto altro che ragionare al vuoto e al perdersi. Quando per tutto il mese ragioni di perderti, il rischio è non sapere dove stai andando. Soprattutto mi sono chiesta: come si permette una “piccola come me” di dire alla Natura che è vuoto, quando la sensazione che abbiamo tutti quando andiamo in natura è che finalmente ci ritroviamo in qualcosa di bello, di pieno, di ricco? Sembra un'affermazione che odora di scandalo, ma ringrazio Carlo Ridolfi (presidente della Rete di Cooperazione Educativa, ndr, qui il link) che mi ha “costretto” a mettere in fila alcuni pensieri, per cui spero non vi dispiacerà perdervi un po' con me.


Un vuoto che fa bene
Nella maggior parte dei casi quello che sappiamo della Terra non sembra avere a che fare con il vuoto. Oggi sappiamo tutti quanti che la natura, se può essere vuoto, è un vuoto che fa bene. Moltissime ricerche ci descrivono che fa bene, perché genera appartenenza, ciò che è stato descritto come biofilia (nel frequentarla noi ci avviciniamo alla natura e sentiamo di fare parte di essa). Di più, sappiamo che la natura fa bene dal punto di vista fisico, ma anche che è predittiva di felicità, a parità di altre condizioni di vita, che fa stare meglio dal punto di vista emotivo. E ancora che serve a ridurre lo stress, a rigenerare concentrazione e attenzione; che sostiene la curiosità e la creatività.


Se è vuoto, dunque, è vuoto intelligente perché Natura è anche qualcosa che ci permette di apprendere meglio. Oggi sappiamo che le esperienze in natura sono esperienze che generano apprendimento anche dal punto di vista formale.

Se la Natura è vuoto, è vuoto che fa scuola da molto tempo: almeno da Rousseau, certamente fino a Zavalloni e passando per Mario Lodi. Dunque, se la natura fa così tanto scuola, come posso accostarla al vuoto?

Il vuoto come spazio non saturo
Allora, vuoto in che senso? Provo a parlare di spazio naturale intendendolo come spazio non saturo. La natura per me si configura come uno spazio diverso da altri luoghi che bambini e ragazzi sono abituati a frequentare nella loro quotidianità sia scolastica sia domestica, dove c’è saturazione di oggetti e proposte scelte da altri. Perché nei suoi spazi c'è ancora spazio per mettere se stessi. I luoghi naturali non sono stati completamente predefiniti e organizzati da altri: quello che troviamo in natura è completamente divergente da quello che si può trovare in un'aula scolastica, in una casa o anche in un cortile.

Quando siamo in natura non troviamo di norma risposte ma soprattutto domande. 
Domande che riguardano le cose, gli eventi nella loro complessità, perché il mondo ci viene incontro intero, in fenomeni complessi. Quando portiamo i bambini all'aperto non riusciamo a portarli esclusivamente a fare scienze, matematica o geometria, perché dentro alla natura, ad esempio dentro ad un albero, ci sono contemporaneamente la storia, la geografia, la matematica, la geometria, le scienze, ci sono tutte le discipline che arrivano incontro a un bambino in maniera unica, globale, complessa. Le discipline sono un costrutto che l’uomo ha creato perché siamo cosa piccola rispetto al mondo e avevamo bisogno di ridurlo un po’ per provare a capirlo. Non sto negando che l'avere inventato le discipline non sia un modo che ha permesso all'umanità di generare poi conoscenza, però le discipline rischiano di "imbrigliare". Soprattutto se siamo più preoccupati di insegnare contenuti disciplinari che non di permettere ai bambini di incontrare le domande del mondo. Ma le domande del mondo arrivano loro incontro intere. Cosa avrà da raccontare quel materiale o quello spazio naturale a quel bambino?
La Natura, allora, è un vuoto settoriale, perché non parla per settori, mentre è un pieno di senso, un pieno di vita, un pieno che interroga profondamente e mai banalmente.

Il mondo ci viene incontro così, per cui questo spazio vuoto, nel senso che stiamo delineando di non già completamente predeterminato, è rigenerante in quanto si contrappone a spazi e tempi molto pieni che i bambini e i ragazzi incontrano tutto il giorno a scuola, oltre che a casa. E in quegli spazi non più saturi possono accadere cose differenti da quelle che succedono altrimenti scuola.
Ne indico alcune.

Il vuoto come infinite possibilità
Fuori spesso gli insegnanti sanno poco, meno di quello che sanno dentro, dunque sono più vicini ai bambini. In questo spazio in cui non sappiamo abbastanza, si apre la possibilità per noi di stare a vedere cosa succede. In quello spazio che chiamo di “comune inesperienza”, perché adulti e bambini ne sanno oggi entrambi troppo poco, gli adulti possono tornare a osservare.
Andare fuori è una delle modalità con cui gli adulti hanno la possibilità di provare a cambiare il proprio ruolo. Quando siamo dentro, sappiamo – perché lo abbiamo imparato, interiorizzato, a volte trasformato in routine - quello che siamo chiamare a fare, conosciamo i contenuti e anche le metodologie. Quando andiamo fuori, invece, non lo sappiamo più. Proprio perché ne sappiamo poco di Natura, quando andiamo fuori può succedere che rimaniamo senza parole, che non abbiamo le risposte. Allora si apre lo spazio di una “ricerca condivisa”. Quando non siamo preoccupati di dare la risposta giusta alle domande dei bambini, magari proprio perché non la conosciamo, allora può succedere che noi e i bambini possiamo farci buone domande. C’è lo spazio – vuoto - per stare ad ascoltare le domande che i bambini si fanno. Lì può cambiare qualcosa, che entra in maniera dirompente nel mondo della scuola.


Fuori per lasciare provare i bambini
Fuori c'è anche una diversa distanza, nel senso che si possono sperimentare delle distanze maggiori, meno prossime, da quelle che ci sono normalmente negli spazi che conosciamo dentro. All'interno siamo molto vicini, talvolta addosso. Sopra le teste dei bambini. Spesso prevalichiamo la voglia di dire e di fare dei bambini per condurli dove crediamo debbano andare, verso ciò che pensiamo debbano sapere, fare, dire. Fuori riusciamo maggiormente – certo, a patto che abbiamo coraggio, perché dobbiamo rischiare di credere davvero in quello che possono provare a fare - a prendere nuove distanze, facendo crescere di contro la vicinanza emotiva. Se non siamo distratti da chiacchiere e non assumiamo la posizione dei guardiani, possiamo sperimentare quella di chi, con un buon obiettivo, una buona lente, si mette a guardare. E in quel guardare scopriamo che possiamo lasciarli andare. Possiamo provare a esercitare fiducia nei loro confronti. Allora fuori si genera uno spazio vuoto, nel senso di libero, dove loro possono provare a fare.

Conoscere per proteggere
È vero che gli adulti sono poco abituati a frequentare la natura, ma oggi questo vale anche per i bambini e i ragazzi. Noi associamo bambini e natura come se fossero un binomio imprescindibile, ma questo sta diventando sempre più come un binomio fantastico di Rodari, ovvero un'associazione che non è così scontata. Per poter voler frequentare qualcosa la dobbiamo conoscere, per volerla frequentare dobbiamo averci a che fare. Nessuno sta bene in un luogo che non conosce, perché la prima esperienza è di disorientamento: se non lo frequenti, non lo conosci, non lo ami e non lo proteggi. Questo è un passaggio cruciale. Per seminare il futuro abbiamo bisogno di frequentare: per conoscere, per amare, per proteggere. Se non compiamo questi passaggi, probabilmente invecchieremo come adulti che non proteggono la terra e faremo crescere bambini che non la proteggeranno, perché non l'hanno conosciuta e dunque non la possono amare.
Per costruire un dialogo fertile con la Terra c’è bisogno di conoscerla. Di adulti coraggiosi che si prendono la responsabilità di far uscire i bambini e i ragazzi, a rischio di perdersi.
Allora perdersi diventa davvero un bene, perché quando cambiamo le coordinate dei luoghi che frequentiamo, quando dall'aula andiamo fuori, perdiamo un po' il nostro ruolo perché non sappiamo più perfettamente cosa fare. Siamo stati istruiti per insegnare dentro, e spesso in un modo vecchio, come sento il mio ora mentre vi parlo da un palco, un modo che si riduce al racconto unilaterale di qualcuno che prova a condividere, più o meno umilmente, ciò che ha capito. Ma questo modo è, comunque, un modo vecchio.

Quando ci si perde, ci si apre al Mondo
Occorrono adulti coraggiosi, dunque, che permettano ai bambini di attraversare un vuoto di certezze, di uscire e perdersi, perché quando si inizia a perdersi si apre il mondo. Un mondo che è fatto di inconsueto, e dunque di possibilità, in cui si aprono orizzonti che non avevamo neanche immaginato. Ma è un mondo possibile, senza assillo, molto diverso da certa scuola ancora troppo diffusa: un mondo dove si può correre il rischio di oziare, come Gianfranco Zavalloni ha raccontato bene, e così di apprendere.

Nel vuoto che la natura istituisce può cambiare il modo con cui stiamo con i bambini.
Io non sono appassionata di natura perché mi piace sporcarmi le mani: anche, ma non solo né soprattutto. La cosa che genera e sostiene la mia passione è lo spiazzamento che avverto nello stare fuori. In questo spiazzamento sento che nella Terra, nel Mondo si può istituire un modo diverso anche di pensare la scuola.

Il vuoto è faticoso perché si sente il cuore. Anche della scuola.



Questa natura che provoca a stare in ascolto in modo diverso, può farci sentire il cuore dei bambini, il nostro cuore quando stiamo in silenzio dentro la natura e ci può far sentire il cuore della scuola, un cuore che deve ricominciare a battere forte. Innanzitutto dentro alla scuola pubblica. E non perché le scuole che non sono identificate come tali non siano buone scuole, ma perché penso che le scuole debbano essere comunque e sempre pubbliche, nel senso di tutti, per tutti, accessibili, partecipate, vive. In questo momento vivo con dolore il movimento centrifugo dalla scuola di tante famiglie, come anche la fatica a restarvi dentro di tanti altri genitori, ma anche di molti insegnanti, che sentono che quello che si fa a scuola non è quello che vorrebbero che la scuola fosse.

La scuola che fa venir voglia di imparare
Abbiamo una responsabilità enorme, perché la scuola di tutti i bambini, di ogni bambino, deve essere un luogo che non spegne le loro teste, ma che li tiene vivi, che li “infetta” di un virus buono che permette loro di continuare ad avere voglia di imparare, per tutta la vita.

Per me in gioco c'è qualcosa di più del solo uscire. Uscire permette di frequentare, conoscere, amare e proteggere, lo abbiamo detto, dunque è certamente importante. Però per me andare fuori significa soprattutto avere l’opportunità di pensare cosa vorrei fosse il futuro dell'educazione. Io voglio che il futuro dell'educazione sia un posto dove i bambini entrano contenti di esserci arrivati, che abbiano voglia di starci tutto il tempo, tutti i giorni dell'anno e che nelle prime settimane di scuola non si chiedano quanto manca alla fine. Non voglio che pensino che quando escono alle quattro del pomeriggio finalmente inizia la vita, voglio che non serva avere tanti i compiti da fare perché quello che è successo dentro, quando hanno passato tutta la giornata a scuola, è stato talmente ricco e bello e produttivo che li ha riempiti per i giorni, i mesi e gli anni a venire. Per questo vorrei tantissimo una scuola aperta sul mondo.


Riassumendo...
I bambini e i ragazzi hanno bisogno di natura. È un fatto. Per tutte le ragioni che ci siamo detti prima: crescono meglio, con una mente più aperta, perché è vero che nella terra è il futuro dell'educazione. Ancora di più, però, il mondo ha bisogno dei bambini e dei ragazzi, perché altrimenti non vive. Non penso che ci possa essere un'altra storia. Questo mondo ha bisogno che ognuno di noi svolga al meglio il suo lavoro.

Di solito si chiude dicendo grazie. Io oggi per la prima volta ho deciso di chiudere dicendo “per favore”, perché vorrei che l'onda di queste giornate fosse un’onda lunga, in cui conservassimo l’idea che i bambini si possono perdere. E, mentre loro si perdono e scoprono il mondo e la vita, noi perdessimo un po’ l'idea tanto rassicurante di scuola che ci siamo costruiti addosso, per andare con coraggio verso una scuola diversa, aperta al mondo, perché sa che là fuori c'è il futuro.

Vorrei che l'onda lunga di tutto quello che la Rete fa e che stiamo condividendo qui lo portassimo dentro ai nostri posti di lavoro. Se non ci mettiamo la faccia, tutti e ognuno, la scuola di tutti è una scuola destinata a perdersi, e non nel senso buono che abbiamo provato a condividere. Mentre può essere un posto dove c'è vuoto e, dunque, spazio per tutti. Quando facciamo vuoto, l'universo ci può riempire.


Per approfondire qualche link: qui un Manifesto educativo per innovare la scuola, qui Monica Guerra a Buongiorno Regione della Lombardia (dal minuto 10...).

martedì 13 ottobre 2015

La Rete di cooperazione educativa, la Carovana dei Pacifici e Luciana Bertinato con le sue "Coccinelle"



Il 24 e il 25 ottobre (c'è tempo per iscriversi fino al 16 ottobre, qui la scheda e i dettagli e qui la pagina facebook con in alto le indicazioni riassuntive utili) a Bastia Umbra ci sarà il convegno della Rete di Cooperazione Educativa - C'è speranza se questo accade, che riunisce tutte le persone interessate a mettere al centro i bambini, sistemi educativi che tengano conto dei loro bisogni e di modalità nuove e innovative per rapportarsi nel rispetto della loro persona, e che quest'anno avrà come tema "L'educazione prende corpo: imparare in tutti i sensi". E chi parteciperà avrà la possibilità di mettersi in discussione con diverse sessioni teatrali o di riflessione anche a livello di pensiero. Non nascondo che sia veramente difficile scegliere tra i laboratori attivati. Qui un video di presentazione per convincere all'ultimo gli indecisi o i ritardatari.


Storie della Carovana dei Pacifici
Un momento particolarmente significativo sarà la Carovana dei pacifici, iniziata lo scorso anno a Drizzona (Cremona) in occasione di un ricordo del Maestro Mario Lodi e di Gianfranco Zavalloni (noto per il libro La Pedagogia della lumaca, qui riassunto il suo pensiero), in cui il "giocattolaio" Roberto Papetti propose di costruire un'armata di pace, con i fiori al posto dei fucili. Di cosa si tratti si vede nel video.


Da qui è scaturita una proposta per le scuole: di fronte a tante guerre che ci circondano, perché non avviare un ragionamento approfondito sulla Pace che parta dal pensiero e dalle riflessioni con i bambini e dei bambini, un cammino lento che si diffonda e che pervada il nostro Paese, contaminando anche quartieri e cittadinanza? Questo progetto, già avviato in molte realtà, verrà presentato alle ore 12 il 24 ottobre da Emanuela Bussolati (illustratrice), Sandra Dema (scrittrice e disegnatrice), Roberto Papetti (Mastro Giocattolaio) e Luciana Bertinato (insegnante). Tanti educatori stanno rispondendo alla richiesta di inoltrare i pacifici al convegno. Ma se siete interessati, e non riuscite a fare in tempo, seguite l'argomento, che non si esaurirà certo in questa occasione ma speriamo si amplifichi. Gli aggiornamenti sulla pagina facebook.

Chi è maestra Luciana
Luciana (qui una breve biografia) fa parte della Rete di cooperazione educativa (voluta dal maestro Mario Lodi qualche anno prima della sua scomparsa). Questa insegnante di Soave, in Veneto, da diverso tempo ha uno spazio dove racconta le sue esperienze e fornisce alcuni consigli, sul sito de La Vita Scolastica qui.
E proprio a Luciana volevo dedicare la seconda parte di post perché, essendo ricominciata la scuola  mi sembra il momento opportuno per segnalare una bellissima iniziativa  avviata lo scorso anno da questa coraggiosa e aperta maestra di scuola primaria, (insieme alle colleghe Elena Bosco, Marta Guadin e al collega Mauro Cassini), che ha visto coinvolti in prima persona i bambini e le bambine della sua classe della scuola di Soave/Verona insieme a genitori, nonni, autori, artisti e artigiani.
Un'iniziativa che è iniziata a partire proprio dalla Pace.... ma per arrivarci partiamo dal giornale...



Coccinelle news
Si tratta di un giornale di classe "Coccinelle news", che si presenta così "Abbiamo deciso di fare questo giornale per raccontare cosa facciamo a scuola: le attività, le uscite, le novità. Ma anche le avventure, le idee, i pensieri e gli affetti. Per scegliere il titolo abbiamo votato come fate voi grandi. Poi con l'auto delle maestre abbiamo progettato il menabò del primo numero".
Un progetto ambizioso che è finora riuscito a tenere testa agli obiettivi preposti. Leggendo il colophon, che riporta sul retro tutti i "protagonisti"- come ogni giornale che si rispetti - è bellissimo leggere i soprannomi che si sono dati i bambini: ci sono il chitarrista e l'agente segreto, ma non mancano la veterinaria, il pompiere, la pittrice e la "dog trainer"...


Quello che mi ha colpito di più è l'idea di rendere partecipi i bambini attraverso molte esperienze dirette che favoriscono il coinvolgimento emotivo e facilitano anche la voglia di raccontare attraverso parole e disegni. Naturalmente questo progetto editoriale è a misura di bambino e i bambini sono i veri protagonisti con l'aiuto dei genitori che collaborano e dei maestri che ne guidano la regia. Il terzo anno richiede che i bambini imparino a elaborare frasi, rielaborare pensieri e riflessioni e questo approccio stimolante sicuramente li rende molto attivi e interessati come si può vedere da alcune immagini.


Nel primo numero, per esempio, il primo giorno di scuola i bambini di pace, come racconta qui Luciana e di cui riprendo l'inizio (Da Vita da Maestra) "Abbiamo intrapreso un percorso di riflessione sui temi dei conflitti nel mondo, durante il quale gli alunni avevano inviato molte “cartoline di pace”, illustrate con pensieri e disegni, a coetanei vittime di guerre in varie zone del pianeta, affidandole ad alcune Ong impegnate in Palestina, Ucraina, Afghanistan, Iran, Iraq, Libia, Siria, Sud Sudan, Nigeria, Somalia, Pakistan". Leggendo tutto il brano si può ritrovare per esteso il senso dei pacifici, trovare le sagome da scaricare e capire come muoversi.

Ma le coccinelle si sono aperte al mondo... Hanno dedicato uno speciale ai nonni...


... e ai giochi che facevano

... hanno ripensato a quando erano piccoli (un bel percorso considerando che in terza si passa a studiare la Storia e le storie...)


Sono andati a fiere...


... e hanno dedicato uno speciale al Maestro Mario Lodi e al suo cane Febo, famoso per un bellissimo racconto autobiografico...


Infine, oltre a uno scambio con Elia Zardo, de La Scuola del Fare, hanno avuto la fortunatissima esperienza di avere uno scambio prima letterario e poi dal vivo con l'illustratrice Emanuela Bussolati (chi non la conosce ancora guardi questo post che le ho dedicato all'inizio del mio percorso...)


Insomma, tornando all'inizio, ecco lo spirito dell'incontro di Bastia Umbra e delle meravigliose persone che si possono incontrare lungo il cammino. Un cammino aiutato anche dalla rete, si inizia a conoscersi virtualmente ma poi è importante la conoscenza vera, il dialogo, lo scambio, il vis à vis.

Ringrazio di cuore Luciana Bertinato che mi ha anche dato la possibilità di sfogliare e leggere i giornali e di rendermi conto di quante cose belle si possono fare. Tutte le opere sono frutto dei suoi allievi.

giovedì 23 ottobre 2014

Quando i più piccoli entrano nel carcere / Bambini senza sbarre



A volte un incontro apre nuove finestre e nuovi orizzonti. Come ha detto Carlo Ridolfi, il bello della rete è che ci sono tanti nodi e ognuno ha un suo senso. E alla rete mancava forse questo "pezzetto", che si è aggiunto. Sono quindi felice che Emanuela Bussolati sia riuscita "a portare" al convegno della Rete di Cooperazione Educativa Lia Sacerdote, presidente di Bambini senza sbarre un'associazione onlus che lavora da 12 anni nelle carceri milanesi (Opera, Bollate e San Vittore) e ora in rete sul territorio nazionale.

E' incredibile pensarlo, ma ogni anno sono 100mila i bambini in Italia involontari "ospiti" del carcere. Infatti quotidianamente c'è un flusso "silenzioso" di minori che vi entrano per incontrare un genitore detenuto. Lia ha invitato ad andare all'esterno di Opera o Bollate al mattino perché sembra proprio di essere fuori da scuola. Solo a Milano ci sono 5mila bambini, spesso invisibili, perché vivono con un segreto che non possono raccontare a nessuno, i cui genitori sono spesso vittime di esclusione sociale. L'associazione - costituita da un gruppo di pedagogiste e psicologhe - lavora anche su questo aspetto, invitando i genitori detenuti e i partner che portano con sé questo peso a raccontare alle insegnanti la verità. Ma è dura.

Tornando ai dati impressionanti, questi sono frutto di una prima indagine - coordinata in Italia da Bambini senza Sbarre e realizzata anche in Danimarca, Polonia e Irlanda - per individuare gli standard minimi per adeguare il sistema penitenziario alla Convenzione internazionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza. Solo il 35% degli istituti carcerari è provvisto di locali destinati alle visite dei bambini. Ulteriori informazioni le trovate qui.

Lia ha raccontato l'esperienza dell'associazione e la creazione dello Spazio giallo, un luogo di accoglienza per i bambini che aspettano la visita con il genitore detenuto. Il primo spazio pilota è nato nel 2007 a San Vittore, seguto da quello di Bollate nel 2010. Si tratta di "uno spazio integrato socio-educativo, ambiente di socializzazione, luogo di intercettazione del sommerso e di promozione socio-culturale che facilita l'attesa del colloquio". E' un luogo dove il bambino "si sente previsto". Infatti, i bambini hanno bisogno di attenzione, hanno il diritto di essere considerati uguali agli altri bambini e il diritto a mantenere relazione con il proprio genitore, (e qui il prezioso e delicato lavoro perché in loro nasca la consapevolezza: per poter cambiare stile di vita, i bambini hanno bisogno del contatto fisico e il mantenimento della relazione con il genitore che adotta uno stile di vita sbagliato). A scuola questi bambini hanno bisogno di insegnanti che sappiano accogliere il loro segreto e di essere accettati. Al tempo stesso lo spazio giallo è un luogo importante anche per il genitore, che trova supporto, ascolto, scambio con altre persone e colloqui individuali. Qui trovate una presentazione molto esplicativa.
Che dire, se non che fino a qualche giorno fa ignoravo il problema. Ed ecco perché occorre prima di tutto sapere, per poter fare cultura e supportare chi fa già molto. Come questa associazione.

mercoledì 22 ottobre 2014

Dal convegno della Rete di Cooperazione Educativa / 3



"Ciao sono Enrico, sono il fondatore di Radio Magica"

Ci sono persone che dimostrano quanto l'amore di una madre possa generare cose meravigliose e sorprendenti, con ricadute positive su un'intera "comunità". E' il caso di Elena Rocco, docente universitaria, mamma e ideatrice di Radio Magica, fondazione onlus, la prima web radio dedicata ai bambini. Ho avuto il piacere di ascoltarla lo scorso week end al quarto incontro della Rete di Cooperazione Educativa. Elena (qui trovate una sua intervista su youtube) è mamma di Enrico, 12 anni, un ragazzino speciale con bisogni speciali (appena nato ha dovuto subire un importante intervento cardiochirurgico). Proprio dall'attenta osservazione di suo figlio, Elena ha scoperto quanto l'ascolto fosse importante per lui. Radio Magica nasce quindi dal connubio tra il suo percorso di studi (è specializzata nello studio di beni collettivi alla Università della California e ha fatto ricerca per alcuni anni alla Università del Michigan, occupandosi di modelli innovativi per lo sviluppo della cooperazione digitale) e la sua esperienza materna. Quando ha cercato di aiutare suo figlio, ha capito che poteva aiutare al tempo stesso molti altri bambini.

La piattaforma è nata alla fine 2012 per creare una radio per bambini e ragazzi pensata per i nativi digitali, una radio "per loro e con loro" (nello studio radiofonico a Trieste bambini e ragazzi possono provare a lavorare in questo ambiente radiofonico). Questa web radio è attiva dalle 7.00 alle 19.00 con un palinsesto variegato, dato che la radio copre una fascia d'età compresa tra 0 e 13 anni, ognuna con bisogni diversi da soddisfare. Si tratta anche di una biblioteca digitale gratuita inclusiva. Chiunque visiti il menu, troverà quattro mascotte (pesce, riccio, aquila, leone) a cui corrispondono i quattro elementi (acqua, terra, aria, fuoco), che esplicitano i diversi livelli di complessità dei contenuti. In questo villaggio biblioteca, si possono trovari sia libri concessi in liberatoria gratuita sotto forma di audio e video, libri in simboli (secondo la comunicazione aumentativa), testi scaricabili con carattere ad alta leggibilità per bambini con dislessia. Sono quasi mille le tracce audio.
L'idea è di offrire strumenti di qualità e diventare un punto di riferimento, cercando di fare rete.

In pochi mesi il progetto ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Andersen 2014 "Per aver saputo costruire, in breve tempo, una rete virtuosa e una piattaforma capaci di rendere pienamente accessibili le narrazioni per l’infanzia a tutti i bambini, indipendentemente dalle loro abilità di lettura; per la caparbietà nell’aver portato un’idea a diventare una realtà concreta, sapendo trasformare i bisogni individuali in un’azione rivolta alla collettività" e il marchio Designed for You and All "che contraddistingue interventi e prodotti di alta qualità prestazionale, a misura d’uomo, che consentano ad ogni cittadino il miglioramento della propria qualità di vita, l’esplicazione dei diritti civili e la facilitata partecipazione ad attività pubbliche e private, minimizzando le situazioni di discriminazione".
Si tratta quindi di un bene collettivo originale e dinamico basato sul paradigma della "open innovation" (innovazione aperta), in rete con musei e case editrici (da cui la radio ottiene la liberatoria per alcune opere). Il tutto per arricchire l'offerta culturale destinata alle famiglie. La metodologia pedagogica impiegata è quella dello story telling, (stimolante per tutti bambini, ottimo strumento per coinvolgere bambini che hanno bisogno di una trama narrativa che crea la giusta tensione emotiva per favorire l'apprendimento). Alle storie classiche si sono aggiunte anche le storie d'arte (es. percorso nei musei a Venezia). Con il Centro per il libro e la lettura è nato il programma “A caccia di parole”, ovvero il racconto di una parola attraverso lo storytelling.
A suo modo di vedere - e non posso che ritrovarmi d'accordo - riprendendo Marco Geronimi Stoll i bambini di oggi hanno bisogno di esperire minimi e massimi tecnologici (“quanto più utilizziamo mezzi digitali, incorporei, senza spazio e senza tempo, tanto più dobbiamo bilanciarli con esperienze materiche, primordiali, analogiche e muscolari").

Radio Magica sta per iniziare un tour, dal 26 ottobre 2014 al 16 maggio 2015, in collaborazione con rivista Andersen, andrà nelle scuole e nelle biblioteche a raccontare il progetto. Il viaggio si concluderà a Treviso, con un concerto di beneficenza di Stefano Bollani.

Ultima nota, di questo incontro mi è rimasto come "pulce nell'orecchio" di saperne di più su Elenor Olstrom, che nel 2009 ha ricevuto il Nobel in economia e secondo la quale - come ha sintetizzato Elena Rocco  - "le comunità se rispettano certe regole possono creare beni collettivi".



martedì 21 ottobre 2014

Dal convegno della Rete di Cooperazione Educativa /2



Possono essere gli spazi urbani a misura di bambini? Questo è stato il tema di riflessione dell'architetto Paolo Moscogiuri durante il quarto convegno nazionale della Rete di Cooperazione Educativa (qui il blog) tenutosi a Santarcangelo di Romagna il 18 e 19 ottobre scorso. Paolo Moscogiuri, autore de “La città fragile”, ha parlato degli "spazi di mezzo" della città, della casa, della scuola, ovvero di luoghi dedicati all’infanzia prescolare che si collocano a cavallo tra gli spazi esistenziali relativi a una situazione affettiva (casa, aula, stanza) e gli spazi sociali (es. piazze), che sono spazi architettonici. Purtroppo la città da luogo di relazione è passata a ospitare dei "non luoghi", è infatti una città fragile, in equilibrio precario (tanto che l'immagine del libro è rappresentata da un domino che cadendo si trascina tutte le altre pedine).
Ma chi sono i più fragili, la città o i bambini? Si tratta in realtà di due fragilità diverse; la città cosi com’è (con una crescita edilizia incontrollata, la cementificazione selvaggia e l'occupazione di spazi dedicati alle attività umane) ha spezzato il legame con il cittadino. Inoltre, il passaggio all'utilizzo dirompente dell'automobile privata ha rivoluzionato il concetto di strada, non concepita più per i pedoni ma per uso esclusivo delle auto. Un terzo elemento da considerare è il capovolgimento dell'organizzazionne familiare in funzione del lavoro. Oggi come oggi bisogna lavorare in due e i bambini sono "relegati alla scuola come piccoli impiegati". In questo stravolgimento, a pagare lo scotto sono le categorie più deboli (bambini, anziani e disabili).
Si può ricostruire tutto? Sicuramente un cambiamento può avvenire dal basso, cercando di motivare i cittadini a interessarsi del proprio territorio. Se i cittadini sono "entità isolate" e le città "non luoghi", bisogna ricucire le lacerazioni tra il tessuto urbano e i cittadini, attraverso i cosiddetti spazi di mezzo, che sono rappresentati da cortili condominiali, cortili condominiali condivisi, giardini condivisi, corridoi delle scuole e spazi di risulta. 

Cortili diversi
Il cortile, spazio di mezzo tra casa e scuola, permette al bambino di portarsi dietro il cordone ombelicale dell'affettività, facendo sentire il piccolo protetto e controllato da tutti (e se deve "ricaricare le batterie affettive" il bambino può salire in casa dove trova uno spazio relazionale, affettivo e sicuro) e al tempo stesso permettergli di esplorare il territorio circostante. I cortili sono un luogo importante d'incontro anche per i genitori, anche se spesso sono relegati al parcheggio degli autoveicoli. A Berlino, esiste un cortile condominiale - gestito dai condomini - a uso pubblico, uno spazio di mezzo, dove il bambino è protetto.

Giardini autogestiti
A Roma esistono due giardini autogestiti, che hanno consentito di sfruttare spazi inutilizzati, dove la cementificazione la faceva da padrone. L'autogestione avvicina i cittadini, che hanno una stretta relazione con il territorio vicino all'abitazione.
Uno dei giardini è nella zona di Casillina Vecchia, dove lo spazio di mezzo è un luogo ricavato tra l'acquedotto e la ferrovia. Negli anni Cinquanta, approfittando della presenza dell'acquedotto, sono state costruite migliaia di baracche; un prete, Don Roberto Sardelli, fece la scuola per i bambini baraccati, nota come "Scuola 725" (dal numero della baracca che la ospitava). Un luogo recuperato, occasione di incontro. Un altro esempio è il Giardino di Castruccio, al Pigneto di Roma, un giardino che è stato trasformato da genitori e bambini, dove i più piccoli hanno uno spazio loro dedicato.

Una scuola all'avanguardia
Anche i corridoi delle scuole, spesso inutilizzati se non per il passaggio, possono essere riconvertiti a luoghi di incontro. Nella scuola Erika Mann a Berlino grazie a un attento recupero, gli architetti hanno fatto diventare il corridoio spazio di relazione, con la partecipazione di cittadini e carcerati (la scuola si trova in un contesto socialmente difficile). L'invenzione di una favola di un drago stanco (La tana del drago d'argento), che entra nella scuola per dormire, è stato l'espediente per dare un senso alle librerie, ai ripiani, alle sedute e all' illuminazione (a scheggia di drago) e così il drago con la sua coda lunga ha lasciato segni tangibili nel corridoio.

Sicuramente, per quello che mi riguarda, l'intervento di Paolo Moscogiuri è stato illuminante e ha raccontato con i suoi esempi di speranza, speranza che sia possibile qualcosa di diverso. Avvicinando i bambini alla natura e recuperando il proprio territorio.
Sicuramente i buoni esempi sono molti. Già qui ci sono quelli relativi alle scuole (Abitare la scuola). Mi piacerebbe che chi ne conosce altri, li segnalasse sul blog per avere un elenco di buone pratiche e arricchire la rete. Grazie in anticipo.

lunedì 20 ottobre 2014

Dall'incontro della Rete di cooperazione educativa



Partecipare a convegni che diano spunti e riflessioni sull'educazione è sempre molto arricchente, soprattutto se lo scopo è mettere in rete le persone e al centro i bambini. Sono quindi molto contenta di essere riuscita ad andare al quarto incontro nazionale organizzato dalla Rete di Cooperazione Educativa lo scorso fine settimana. 
Carlo Ridolfi, una delle anime della rete, ha coordinato gli interventi del mattino mettendo l'accento sulla speranza, un termine molto azzardato di questi tempi ma che va usato con convinzione. Ha anche ricordato come la rete sia legata a un'intuizione del maestro e pedagogista Mario Lodi (scomparso il 2 marzo 2014), per creare sinergia e connessione tra le persone che in italia lavorano in campo educativo, non solo insegnanti ma anche genitori e molti altri. Lo spazio dell'educazione coincide con lo spazio del mondo, dunque qualsiasi spazio può essere educativo o diseducativo. E tutti facciamo la nostra parte.

La parola è passata a Maria de Biase, dirigente scolastica salernitana, che dopo anni sul campo a Napoli - con forte impegno civile rispetto al degrado, alle devastazioni ambientali e all'illegalità - si è spostata nel Cilento quasi una decina di anni fa provare a sperimentare una scuola differente. E in effetti, come tutte le persone straordinarie e all'avanguardia, ha portato una rivoluzione dietro di sé. Maria è arrivata in quella terra bella e selvaggia - patria della dieta mediterranea - con tanta voglia di sporcarsi le mani (non solo figurativamente parlando) e come prima cosa ha proposto un progetto di educazione alla ruralità. In più, visto che l'Italia è uno dei Paesi più a rischio per disturbi alimentari infantili, ha attuato un progetto di educazione alimentare introducendo l'ecomerenda a scuola (pane e olio al posto delle merendine confezionate). Dal 2007 il progetto si è arricchito e oggi lavorano sull'educazione ecosostenibile, di cui l'educazione alimentare è solo un percorso. Per lei non esiste una scuola senza speranza (meno male!) tanto che chiama le sue maestre affettuosamente "le speranti", ma la scuola va reinventata a partire dai bambini. I bambini ben educati possono proteggere e tutelare (e apprezzare) il proprio territorio.
Naturalmente questo percorso di cambiamento ha comportato il superamento di molti ostacoli, dovuti a iniziale diffidenza, delusione e ostilità. Ma come tutti i cambiamenti che portano il segno, ora accanto a lei ci sono persone che hanno recuperato l'amore per la propria terra. Dall'ecomerenda passare al compostaggio e alla raccolta differenziata è stato naturale. Le difficoltà che incontra questa persona meravigliosamente battagliera e tenace sta nel trovare altre persone disposte a fare rete sul territorio. 
Di questo incontro, la frase che più mi ha fatto riflettere è stata quella che "se le cose non le racconti non esistono". E dunque, ecco il potere della rete, per dare voce a queste buone pratiche. E spero nel mio piccolo di poter contribuire a far conoscere.
Nel frattempo Maria è diventata reggente in 19 plessi, raccogliendo tra le realtà che le competono anche piccole scuole dove non avveniva la raccolta dell'olio esausto. Aprendo la scuola al territorio e alla sapienza degli anziani, creando una vera e propria comunità accanto alla scuola, la soluzione è stata presto trovata e ora con l'olio si fanno i saponi. E la merenda si è arricchita con i prodotti dell'orto, coltivato da un'intera comunità, preparata da genitori, bidelli e maestre.
Ciliegina sulla torta, da diverso tempo si sono iscritti anche al movimento "transiction town". Se approfondite aprite molte nuove strade. Vi consiglierei di partire da qui. Trovate anche il video youtube sull'ecomerenda.
Poiché gli spunti sono molti, vi rimando a un prossimo post, dove spero di raccontare altro su questo illuminante convegno.

PS Notizia dell'ultima ora: Maria De Biase è tra i finalisti del premio Cittadino europeo per il suo lavoro. Qui potete leggere la sua nota appassionata, che vi fa comprendere anche meglio chi è questa donna straordinaria.

sabato 4 ottobre 2014

Scoprire il senso del tatto




In questo periodo densissimo di eventi - sono sempre tantissimi quelli interessanti ma bisogna pur scegliere - mi piacerebbe segnalarvi un corso, anzi un "percorso" creativo di otto ore per scoprire il "senso" del tatto e il "respiro" di materiali diversi, anche del loro dialogo, un incontro per "guardare" all'educazione tattile con tatto e consapevolezza. A tenerlo saranno due grandi professioniste, Laura Anfuso, studiosa di Letteratura per l’Infanzia ed esperta di editoria per ragazzi, ed Elia Zardo, che da anni conduce laboratori ed è un'esperta di formazione della Scuola del Fare, di cui è presidente. Ho conosciuto entrambe al convegno della Rete di Cooperazione Educativa lo scorso anno e ho respirato subito entusiasmo e creatività.

Pur essendo il tatto un senso molto importante, la stimolazione viene ricondotta ai primi anni di vita del bambino, mentre molto potremmo scoprire anche noi adulti cercando, in primo luogo, di operare una riflessione intorno alle sue potenzialità. Riprendendo quanto scritto nel programma, ecco allora che Laura porterà tutto il suo bagaglio di conoscenze e anche di libri tattili che ha raccolto nel corso degli anni per cercare di attivare un percorso di indagine - anche attraverso esperienze al buio vissute in prima persona - e fornire indicazioni sul possibile utilizzo di questi strumenti.
Dall'altro canto Elia farà toccare con mano "l'anima" dei materiali - carta, stoffa, plastica - attraverso alcune esperienze pensate e studiate per stimolare una riflessione sulla sensazione e sulla percezione, una sorta di vocabolario tattile il cui sviluppo sarà sollecitato insieme dalla "sensibilità tattile" e dal contrasto tra i diversi materiali.
Insomma, tutti i partecipanti potranno vivere in prima persona un'esperienza che sarà formativa e che consentirà loro di ideare e impostare nuovi approcci.

Il laboratorio sarà l'8 novembre (dalle 15 alle 19) e il 9 novembre (dalle 9 alle 13) a Castelfranco Veneto. Tutte le informazioni potete trovarle sul sito della Scuola del Fare (che compie vent'anni di attività!), cliccando qui. Naturalmente troverete altri interessanti seminari e vi verrà voglia di seguirli tutti...