Domani sono solo due mesi che sei passato al Liceo Classico, lasciando la tua comfort zone per uno studio massiccio: non solo due materie ex novo iniziate a novembre grazie all'aiuto di M. ma anche tutte le altre materie fatte in un modo diverso o molto più approfondito.
I temi che mi stanno a cuore spaziano dalla fotografia alla Natura, dagli albi illustrati all'educazione, dalla biodiversità alla creatività, dalle notizie giornalistiche alle attività con i bambini. Ho scelto di chiamare il mio blog "A casa di Anna" perché spero che vi sentiate un po' a casa. Mettetevi comodi e leggete. E se avrete voglia di commentare mi farete solo piacere. Buona navigazione.
venerdì 6 marzo 2026
Orgoglio materno
sabato 22 marzo 2025
Se vivi sulla Terra, di Antonella Capetti, Il Castoro
In un momento delicato per la scuola come questo attuale, con le bozze delle Indicazioni nazionali del Ministero dell'Istruzione e del Merito (qui) che stanno per stravolgere molti punti di apertura per l'insegnamento affermate con le Indicazioni Nazionali del 2012 (qui), il libro di Antonella Capetti " Se vivi sulla Terra - L'albo illustrato come strumento efficace per l'educazione civica e affettiva" edito da Il Castoro dona una boccata di aria fresca e di speranza.
Infatti, Antonella Capetti ha alle spalle 40 anni di esperienza tra la scuola dell'infanzia e la scuola primaria, è appassionata di albi e cerca di impiegarli quotidianamente (come anche le poesie) per abituare non solo i bambini e le bambine alla lettura ad alta voce (preziosa anche per aumentare il lessico, abituare al silenzio) ma anche affinché le nuove generazioni siano avvezze all'ascolto (di sé e degli altri), alle riflessioni, alla partecipazione e alla consapevolezza.
Nell'introduzione infatti l'autrice scrive "Da anni i libri, e in particolare gli albi illustrati, mi sono compagni di viaggio nella vita quotidiana e nel lavoro in classe. Scelgo di portarli ogni giorno a scuola perché li ritengo strumenti indispensabili, insostituibili, preziosi, per circondare bambine e bambini di storie e bellezza, per resituire loro un tempo bambino che troppo spesso il mondo adulto sottrae e ostacola, per consolidare il rapporto tra alunne e alunni nella possibilità condivisa di interrogarsi e riflettere".
Le indicazioni di Antonella Capetti sono molto chiare sin dalla prima pagina: affrontare l'educazione civica e affettiva a scuola è dunque "trasversale come lo è la lettura degli albi illustrati, dove le parole, le immagini, le scelte grafiche interagiscono per creare molteplici possibilità di lettura e relazione".
Quindi, il libro è costituito da suggerimenti e suggestioni da cui partire, ma che non vogliono essere vincolanti e - passatemi il termine - "una ricetta preconfezionata" per affrontare determinati temi molto sensibili.
L'invito è, quindi, a leggere questo libro dalla prima all'ultima pagina per poi riflettere sulle parole che evoca e non per seguire solo pedissequamente gli esempi. Infatti lei stessa ribadisce: "lungi dall'essere un quaderno operativo, questo libro si propone come uno stimolo".. Ed è bene tenerne conto.
Infatti, la letteratura per l'infanzia è smisurata (certo gli albi e i libri belli sono meno) e quindi l'autrice presenta la sua scelta personale, dettata dall'esperienza di lavoro in classe in questi anni con gli albi con i bambini e le bambine, che non preclude però altre possibilità.
Il libro affronta 10 argomenti: l'identità la diversità, il rapporto con gli altri e con il mondo, l'ambiente, la sostenibilità, i diritti, i doveri, la scelta.
Per ogni macro area sono presentati alcuni albi o libri impiegati a scuola da cui è scaturita un'attività.
Un'altra riflessione a mio avviso preziosa è questa: "L'educazione civica è sempre e strettamente collegata all'educazione all'affettività: senza consapevolezza delle proprie sensazioni, emozioni e sentimenti non si può acquisire una chiara conoscenza di sé stessi né costruire relazioni efficaci con gli altri e con il mondo".
L'introduzione, quindi, in sette pagine, ci porta un concentrato di quelle che sono le idee e le riflessioni che la Maestra Antonella Capetti ha sviluppato nel corso degli anni e che sono dei punti fermi correlati al suo lavoro nel pieno rispetto delle alunne e degli alunni perché possano tirar fuori (non a caso prima è stata educatrice: educo vuol dir "tirar fuori") il meglio di loro stessi o anche quei pensieri profondi che sono risultato anche della vita intorno a loro.
(sopra un albo edito da Camelozampa che offre molti spunti, di cui ho parlato qui)
Il libro è un vero e proprio scrigno di riflessioni e proposte di albi anche per chi non insegna ma sta con i bambini e le bambine e pensa al loro benessere generale.
Vorrei soffermarmi su due capitoli, che tra tutti, mi stanno particolarmente a cuore.
Il primo è il Capitolo 3 "Io e gli altri - Uguaglianza e diversità" dove si parla di reciprocità dell'ascolto, attenzione al punto di vista dell'altro e della diversità di genere, il primo riconoscimento di diritti e doveri uguali per tutti. (la citazione fa riferimento, non a caso, alle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo dell'istruzione del 2012).
Gli albi illustrati hanno una grande potenzialità - come i libri in generale - ovvero "un rispecchiamento" e offrono la possibilità di lavorare sullo sviluppo dell' empatia (ovvero il mettersi nei panni degli altri), uscendo dai pregiudizi e da pensieri stereotipati.
Tra gli albi suggeriti da Antonella Capetti c'è anche "Telefonata con il pesce", di Silvia Vecchini e Sualzo, edito da Topipittori (qui). Nella sua riflessione l'autrice si sofferma sul tema del silenzio e sulle sue varie sfaccettature. Quello legato al libro è "il silenzio di chi in qualche modo non riesce, o perlomeno a scuola, a far sentire la propria voce, a comunicare con essa la propria presenza e il proprio pensiero"
è qui che entra in gioco la protagonista che riesce a trovare una modalità per avvicinarsi al compagno.
Alle riflessioni personali Antonella aggiunge la voce e i pensieri dei suoi bambini e delle sue bambine come questa sul silenzio:
"Il silenzio per me è quando tutto è sopra la schiena e nessuno ti aiuta"
L'attività che è seguita è stata chiamata "Per fortuna che ci sei" in cui si crea una sorta di cassetta delle lettere o della posta in cui ognuno/a infila un pensiero, una poesia, un disegno per un compagno o una compagna per incoraggiarlo.
Un altro capitolo è come immaginerete se frequentate qualche volta il mio blog il Capitolo 7 "Tra umanità e natura". Ogni capitolo parte da una parte delle indicazioni nazionali che comunque, almeno per la sottoscritta, rimangono un faro di apertura a operare con cura e consapevolezza a prescindere.
Avvicinarsi alla Natura è qualcosa di imprescindibile - a mio avviso - in questi tempi in cui la tecnologia sta invadendo sempre più precocemente le vite delle bambine e dei bambini, allontanandoli dagli spazi aperti, dalla noia, dalla curiosità della scoperta di cosa sta loro intorno.
Il libro "Streghetta Nocciola - Un anno nella foresta" di Phoebe Wahl, Il Castoro (qui) è un bellissimo inizio per approcciarsi alla natura.
Quello che amo dell'attività proposta è la riflessione avviata prima con i bambini e le bambine sull'appropriarsi della natura del portar via sempre un pezzetto come ricordo. Questo può essere fatto raccogliendo elementi naturali caduti e disporli con un'opera di land art e fermare questo ricordo effimero con foto, consapevoli che il vento o altro le avrebbe lasciate andare.
Un altro albo citato è "Rimanere sul sentiero" di Elisabetta Tosoni ed Elisabetta Mitrovic Topipittori (qui).
A grande sorpresa (piacevole per la sottoscritta) per il capitolo sulla sostenibilità compare il bellissimo albo "Noi Kodama" di Bimba Landmann Camelozampa (di cui ho parlato qui) che ha sollecitato la maestra Capetti a far realizzare un piccolo taccuino per tener traccia delle proprie riflessioni. Vedere le possibili realizzazioni è veramente interessante: lo stesso spunto può fornire elaborati diversi a seconda dell'età e del tempo.
A conclusione del libro per invogliarvi ancora di più a conoscerlo, leggerlo e scoprire i libri di cui si parla, ecco. "Se vieni sulla Terra" di Sophie Blackall, Il Castoro, a cui l'autrice si è ispirata per realizzare questo libro omaggiandolo nel titolo.
Per continuare la riflessione l'autrice correda la fine del libro con le "giornate dedicate a", nella consapevolezza che non occorrano giornate ad hoc per affrontare temi così preziosi e anche una bibliografia aggiuntiva a cui attingere.
Per chi avrà la possibilità di andare alla fiera del libro di Bologna, l'autrice Antonella Capetti sarà presente mercoledì 2 aprile 2025. Io purtroppo sarò già rientrata a casa ma sono sicura che ci saranno molte altre occasioni.
02 aprile, 10:00 - 11:00
L'albo illustrato come strumento per l'educazione civica e affettiva
Centro Servizi, Blocco B, 1° Piano
“Trasversalità” è un termine che accomuna l’albo illustrato e l’educazione civica. Tutti gli albi sono utili per l’educazione civica e affettiva (o no?). Come costruire un percorso efficace di educazione civica e affettiva a partire dalla lettura delle parole e delle immagini degli albi illustrati? Proviamoci insieme!
Un workshop che si basa sul nuovo saggio per insegnanti “Se vivi sulla Terra. L’albo illustrato come strumento efficace per l’educazione civica e affettiva” di Antonella Capetti, parte de Il Progetto Scuole Il Castoro.
Antonella Capetti
Organizzato da: Editrice Il Castoro
Ecco qui l'intervista della Rai ad Antonella Capetti durante la Bologna Children's Book Fair.
mercoledì 21 aprile 2021
Riflessioni sulla Scuola in Pandemia
Lunedì è arrivato da scuola l'ennesimo pacco di mascherine: per intenderci quelle del Consiglio dei Ministri, puzzolenti e che schiacciano il naso.
Devo dire che ho subito pensato, tra me e me: "ecco, un'altro incontro da organizzare in piazzetta (con adeguate misure di distanziamento) per donarle a qualche associazione che ne abbia bisogno". Anche se mi sento in colpa, essendo consapevole che doneremo quello che per noi è uno "scarto" e che, in famiglia, abbiamo scelto di non fare indossare ai nostri figli quando sono stati in presenza, per i disagi che hanno creato.
Poi, continuano a risuonare in me le parole di Andrea, che a soli dieci anni da tempo continua a dirmi: "Mamma, come smaltiremo e dove finiranno 8 miliardi di mascherine al giorno?" Una domanda a cui personalmente non ho una risposta ma che mi fa riflettere moltissimo.
Ha più lui consapevolezza per l'ambiente dei grandi. In particolare di quelli che decidono per lui.
Non sapendo cosa farne, il 27 gennaio, sul mio profilo facebook ho lanciato una richiesta...
Ecco il filmato...
La risposta mi è arrivata grazie all'idea di Giada Perini, mia collega, che insieme a Eliana Rocchetti(presidente dell'associazione Naturiamo) si adopera per le case popolari e grazie a Oscar Strano, Presidente del Consiglio presso Municipio 4 di Milano. Grazie a loro le mascherine sono state donate a chi ne aveva bisogno!
Tam Tam ... qualcosa si muove!
Subito all'idea di trovare una destinazione per l'uso delle mascherine, si è creato un tam tam: non nascondo di essermi commossa al primo whatsapp girato ad alcune amiche, tra cui Anna Guarnieri che è una delle persone che tengono come genitori le fila della scuola insieme a Laura Bossi, tra le poche mamme della "vecchia guardia" che conosco (tantissime sono passate e hanno fatto molto ma ora sono alle superiori, ma anche lì animano la nostra social street, riuscendo a compiere atti di grande solidarietà).
Il giorno in cui dicevo mi sono presentata davanti alla scuola dalle 8 alle 9 per raccoglierle c'è stata una sorta di "processione" di grandi e bambini, nonostante la pioggia, tanto che sono arrivata con tantissimi sacchetti/sacchettoni e sacchettini all'Asilo nel bosco di Milano. Sono tornata con un "bottino" di 1000 mascherine. Un gesto ripetuto due volte, prima che tornasse il lockdown...
Quel momento (a inizio febbraio) è stata una grande occasione di "socialità e relazione", specie per noi genitori della Scuola Stoppani (parlo di almeno un decennio di frequentazione da parte mia) che negli anni abbiamo costruito una vera e propria comunità, anche con il sostegno del Municipio 3 (in particolare mi riferisco a Caterina Antola che ci ha sempre aiutati, anche quando non era presidente), a Paola Bocci, quando era ancora al Comune, e alle due dirigenti dei plessi Analia Setton e Claudia Racchetti, che ora ha passato al testimone al nuovo dirigente Antonio Re che mi sembra molto saggio, anche se non ho avuto modo di conoscerlo ancora.
Tantissimi sono stati i progetti culturali e collaterali, sia alla scuola dell'infanzia, sia alla scuola primaria. Progetti che da sempre hanno tenuto unita la comunità, fatta non solo di bambine e bambini, genitori e insegnanti, ma anche delle persone del quartiere e da artisti, come la Compagnia Alma Rosè (Ambrogino d'Oro). Ricordo alcuni progetti di cui ho avuto modo di parlare negli anni sul mio blog e che trovate di seguito: Asta delle promesse (qui), Assistente per un giorno (qui, qui, qui...). Sopra, una foto di Andrea, risalente all'ultima edizione 2019, assistente veterinario nello studio di Nicola Galli, che cura la nostra Sally da quando è arrivata a casa.
Le mascherine le abbiamo contate alla #scuolinaincascina dell'Asilo nel Bosco di Milano (qui) perché come sostengono tanti educatori e pedagogisti, la scuola funziona se c'è di mezzo spesso la vita reale. Anche se seguo tre bambini della primaria, dei primi due anni, abbiamo contato insieme fino a 1000 (!) e si sono esaltati all'idea del dono. A volte la rete aiuta. La collaborazione non ha colore politico.
Secondo lockdown
Da quando è iniziato il secondo "lockdown" ed è ricominciata la DAD, ho iniziato a interessarmi con maggiore consapevolezza di quello che stava accadendo emotivamente ai bambini e ai ragazzi.
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| Eccomi in manifestazione con la mia collega Cajetana O'Farrell |
Oltre a partecipare a una delle tante manifestazioni per la richiesta di tornare in presenza, ho seguito un incontro (qui) molto interessante organizzato dal Comitato EduChiAmo, che ha come presidente Cinzia D'Alessandro, grazie al quale ho scoperto l'immenso lavoro svolto da Sara Gandini e altri ricercatori, autori anche della pagina Pillole di Ottimismo (qui). Sara Gandini ha anche un blog che trovate qui dal titolo davvero affascinante Goccia a goccia. A scavar pietre e nutrire arcobaleni.
Seguendola, oltre a rimanere molto basita sull'atteggiamento discriminatorio nei suoi confronti anche di colleghi che hanno usato toni poco carini (di fatto è portavoce di una serie di ricercatori e ci mette la faccia), ho scoperto che non sempre anche persone che stimo da tempo hanno il coraggio di osare... Faccio riferimento a quello che è successo durante la trasmissione di Corrado Formigli, che trovate qui integralmente, alla fine della puntata.
Grazie a quella trasmissione ho avuto l'opportunità di conoscere meglio la giornalista Annalisa Cuzzocrea, che ha scritto un libro interessantissimo "Che fine hanno fatto i bambini", in lettura, di cui mi riprometto di fare una recensione apposita, perché la merita tutta.
Un'ultima riflessione dopo la seconda pandemia e l'incubo della DAD che si è riproposto a tutti i bambini da 2 a 18 anni, senza contare gli universitari: perché si sono spesi e buttati via tantissimi soldi in banchi girevoli quando ora si scopre che gli studenti delle superiori - che non hanno quasi mai frequentato - si troveranno in scuole dove non esiste neanche un metro di distanza, quando ancora si parla di problemi di mezzi (quando sarà commissariata la Lombardia?)... allora perché in questo momento non investire tutti nelle FP2? Almeno negli ultimi mesi? Non ho una risposta ma molti dubbi e domande che mi tormentano, voi?
martedì 17 aprile 2018
"I bambini hanno più da dare che da ricevere": incontro con Franco Lorenzoni all'Università Milano Bicocca
In un'aula magna stracolma, si è tenuto oggi l'incontro "I bambini hanno più da dare che da ricevere" con Franco Lorenzoni all'Università Milano Bicocca. Un incontro denso e prezioso, fatto di riflessioni ed esempi pratici: il maestro ha incantato la platea tenendo banco per oltre due ore. Ha iniziato in maniera incalzante "Attenuare - sospendere è chiedere troppo - il giudizio, e dunque il pre-giudizio, è fondamentale per entrare in relazione con gli altri. Un rapporto educativo si instaura solo se mettiamo da parte il giudizio". E ancora "I bambini ci aiutano a capire delle cose, se stiamo attenti, se li ascoltiamo. Se diamo spazio alla parola". Lorenzoni ha parlato dell'importanza di creare uno spazio vuoto, non strutturato (qui mi viene una connessione spontanea con il libro Materie intelligenti di cui ho parlato qui). Perché l'ascolto si fonda sul vuoto (altro collegamento... quando facevo yoga, il mio insegnante Marco Peduzzi parlava sempre di vuoto come" infinite possibilità"... tutto torna).
Una parola che il maestro Lorenzoni ama è "reciprocità", che viene dall'unione di due vocaboli: "recus" che significa "vado indietro" e "procus" ovvero "faccio un passo avanti"; si tratta di una piccola danza, ma perché si possa progredire bisogna fare prima un passo indietro. Gli insegnanti spesso fanno però fatica a fare un passo indietro e a creare il vuoto, occupando spesso lo spazio della parola con il potere del ruolo che detengono. In queste condizioni è difficile che i bambini possano parlare con gli altri che stanno zitti ad ascoltare.
Ha ripreso dunque la "pedagogia dell'ascolto", un tema caro a MCE (Movimento di cooperazione educativa, qui): insegnare ed educare in un contesto in cui si conferisce dignità alla parola di tutti. Nessuno escluso.
"Non si può educare se non si ha una grande visione": in effetti la nostra Costituzione contiene una grande visione del mondo. Purtroppo ci sono molti ostacoli (sociali, economici...) che impediscono il pieno sviluppo di una persona, e dunque ne limitano la libertà.
Calvino diceva "Le fiabe sono un catalogo dei destini" e Piero Calamandrei (qui e qui) aggiungeva "La scuola serve a capire il destino", anzi per lui era "incubatrice di vocazione".
Lorenzoni ha proseguito citando le indicazioni nazionali (qui i punti essenziali) che parlano di una scuola per tutti.
Donald Winnicott (qui) diceva "Nessuno si accorge che i bambini hanno più bisogno di dare che di ricevere", ovvero quando un bambino scopre qualcosa ha bisogno di comunicarlo a qualcuno che lo ascolti; questa tensione se non trova ascolto è una piccola ferita che resta (oggi lo dicono anche i neuroscienziati: il nostro cervello registra queste "ferite"). Occorre dunque fare in modo che quelle ferite si cicatrizzino, che non ci sia accanto una persona giudicante. Questo è alla base della psicologia aperta, euristica (da eurisko, che in greco significa trovare, qui).
Il dialogo è la modalità generativa, quindi bisogna insegnare poco perché i bambini imparino molto. Invece a scuola avviene spesso il contrario e, per esempio, si relega il disegno a quando i bambini sono stanchi. Ma il disegno è frutto di un'elaborazione, di un pensiero.
Ogni bambino ha i suoi talenti: c'è chi scrive, chi disegna, chi si muove bene; la molteplicità di linguaggi è il primo territorio di inclusione. Se stiamo lavorando per dare dignità ai bambini, dobbiamo ascoltarli e dare loro l'opportunità di scoprire il proprio linguaggio, quindi, dobbiamo fare meno cose.
Lorenzoni ha poi raccontato un aneddoto, quando ha iniziato a lavorare con i bambini sui problemi è partito da una domanda: "cos'è un problema?" Un alunno gli ha risposto: "ci sono i problemi nostri e quelli del quaderno". "Se la scuola è "il problema del quaderno" allora abbiamo perso" ha riflettuto. Perché occorre trovare connessioni tra la realtà e la scuola.
Malala, premio Nobel per la Pace, (qui) ha detto che "i libri e le penne sono le armi più potenti per cambiare il mondo". La cultura è dunque pericolosa e bisogna battersi per essa.
La comunità, d'altro canto, è un luogo dove le persone si stupiscono reciprocamente, afferma Lorenzoni (questa è una sua definizione, ndr). Questo, per non "ossificare" il pre-giudizio e rinforzare le aspettative che abbiamo su una persona.
Le domande stanno a cuore ai bambini: per esempio, "perché uno ha cominciato a suonare? perché qualcuno ha iniziato a dipingere?" Parlare con loro della prima volta è straordinario. Far scoprire loro la meraviglia e la bellezza del linguaggio.
Lorenzoni, per esempio, chiede ai bambini spesso all'inizio del ciclo della scuola primaria "dove si nasconde la matematica?" e pian piano loro scrivono una frase e danno le loro risposte. Una bambina ha spiegato che matematica in arabo significa ginnastica (!). Lavorare con una maggiore ricchezza culturale arricchisce. Del resto, la contaminazione è ricchezza.
Bisogna lavorare sul linguaggio perché questo sia all'altezza delle emozioni e dei pensieri che i bambini hanno. Il linguaggio è, dunque, uno strumento potentissimo. I bambini vanno appassionati al linguaggio e all'idea che il linguaggio spieghi il mondo (allontanandosi dalle semplificazioni).
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| Due esempi di interdisciplinarietà, partendo dalle domande |
Del resto - se un insegnante lo sta ad ascoltare - ogni bambino aiuta a pensare (qui Lorenzoni ha fatto vedere bellissimi video in cui ha mostrato il lavoro prodotto con i suoi bambini sull'arte e sulla matematica, in connessione con l'astronomia... un lavoro che hanno chiamato "astrometria"... di fatto ha lavorato per mesi per collegare le fasi della luna alle competenze geometriche, in particolare, gli angoli, dando valore anche alle ipotesi sbagliate, supportate da idee di grandi pensatori).
Lorenzoni ha poi spiegato come la cultura sia sempre frutto di una relazione. "Un libro vale perché viene letto e se c'è qualcuno che lo legge ad alta voce al tempo stesso si possono scoprire al tempo stesso non solo l'oggetto culturale ma qualcosa di te stesso o di qualcun altro. Insieme, in classe, si costruisce a cultura."
Per finire, Lorenzoni ha raccontato la sua tenace battaglia per lo #iussoli, a partire anche dall'arrivo di 15 rifugiati a Giove (il paese umbro dove lavora), citando Primo Levi e Don Milani.
Rispondendo a una delle tante domande poste dalla platea, ha sottolineato di come sia importante andare oltre il libro di testo, che non è il programma, come pensano molti insegnanti.
In attesa di rivedere il video di questo incontro davvero prezioso, per cui non ringrazierò mai abbastanza Monica Guerra, spero che questi appunti ne abbiano restituito il senso.
Concludo con il suo prezioso intervento.
venerdì 3 novembre 2017
"I miei bambini hanno i superpoteri" di Carlotta Jesi, Sperling & Kupfer
Sono 350mila i bambini che soffrono di disturbi specifici di apprendimento (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia): "I miei bambini hanno i superpoteri" (qui) di Carlotta Jesi, edito da Sperling & Kupfer è dedicato in qualche modo a loro, ai loro genitori, perché forse non sentirsi soli è il primo modo per affrontare un problema così delicato che stravolge gli equilibri di un'intera famiglia. Con un linguaggio semplice ma appassionato, pieno di emozioni e "chiaroscuri", Carlotta Jesi riesce a raccontarci come siano riusciti a "imparare e a riconoscere e a usare i superpoteri che la dislessia si porta appresso: immaginazione, intuito e creatività". Sì, perché i bambini che hanno queste difficoltà a scuola nascondono un vero e proprio potenziale che deve essere solo scoperto e valorizzato. Non c'è nulla quindi di "sbagliato", solo un modo diverso di vedere il mondo. Una grande sensibilità che se non compresa fa rimanere nel bozzolo, rinchiudere in se stessi pensando di essere inadeguati. Il che non è affatto vero.
Questa consapevolezza è un prezioso traguardo, frutto di un percorso molto lungo, pieno di ostacoli quotidiani, ansie, mortificazioni, senso di inadeguatezza che si sono risolti pian piano grazie a una grande determinazione e a un cambio di prospettive.
Perché mi è piaciuto questo libro? Perché è molto intenso e appassionato, privo di sentimentalismi, con grande lucidità ci mette subito di fronte alle difficoltà e con grande empatia ci fa vivere le angosce e le riflessioni che hanno portato a vedere la luce in fondo al tunnel. Carlotta Jesi non ci nasconde la forte frustrazione che l'ha accompagnata nel momento in cui, insieme al marito, si è resa conto di avere due figli in difficoltà: perché in gioco non è solo quello che provano i bambini ma anche il senso di "non sentirsi all'altezza" come madre, la disillusione di non sapere come aiutare. Lo sforzo di fare un passo indietro per non giudicare secondo le proprie aspettative e subire i giudizi altrui, per lasciare spazio all'ascolto. Non ci nasconde la complessità delle scelte: cercare la strada "facile" prospettata a scuola (che si rivela impreparata ad accogliere chi ha tempi e modi diversi dalla maggior parte degli alunni) o seguire l'istinto e il cammino "più tortuoso" dell'apprendimento personale indicato da una specialista, disseminato da iniezioni di fiducia e piccole assunzioni di responsabilità.
Una madre che ci parla di figli che hanno bisogno di essere guardati con stupore e meraviglia, per quello che sono. Figli che ci insegnano ogni giorno qualcosa, attraverso le risorse che tirano fuori per "cavarsela da soli". Figli che hanno bisogno di crearsi anticorpi, riempirsi di orgoglio e diventare autonomi in modo creativo, per non sentirsi come "un pezzo di corda buttato per terra".
Non nascondo di essermi commossa a leggerlo. Perché anche se i miei figli non soffrono (almeno per ora) di disturbi specifici dell'apprendimento, penso che sia importante riflettere su quanto conti lo sguardo e la fiducia che riponiamo nei nostri piccoli, qualsiasi sia la sfida quotidiana da affrontare. E so quanto sia difficile passare dalla teoria alla pratica. Quindi, anche per questo, ringrazio Carlotta per aver scritto questo libro.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro, ideato da Paola Miseti, HomeMadeMamma (qui).
venerdì 4 novembre 2016
VI incontro della Rete/ Educare nel vuoto per imparare a perdersi: gli insegnamenti della Terra, la parola a Monica Guerra
Sabato 22 ottobre, nella sessione plenaria della Rete di Cooperazione educativa C'è speranza se accade @ (qui il link al primo post) Monica Guerra, del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, dell'Università degli Studi Milano Bicocca, ha incantato la platea con il suo intervento “Educare nel vuoto per imparare a perdersi: gli insegnamenti della Terra”.
L'incontro è stato così emozionante, ricco e intenso che ho preferito lasciare spazio alle parole di Monica, che in tanti dovrebbero incontrare di persona, per appassionarsi, entusiasmarsi, disorientarsi (in senso buono) insieme a lei. Eccola...
Ci sono tre cose che vorrei condividere di me: sono una ricercatrice universitaria, e il mio lavoro è "una bella scusa" che mi consente di entrare a scuola; la seconda è che sono presidente dell'associazione Bambini e Natura (sito qui, pagina facebook qui), nata in una mattina in cui con alcuni amici ci siamo riuniti e detti che dovevamo fare qualcosa, mettendoci la faccia; la terza appena accaduta l'ho trovata nel libro curato da Comune Info (qui), che nel presentarmi scrive che faccio parte della Rete di cooperazione educativa. Penso che si tratti di un "refuso" (errore di bozza, ndr), ma ho intenzione di tenerlo nel mio curriculum, perché la Rete mi piace proprio. Ho iniziato a emozionarmi ieri sera a tavola: c'era un silenzio incredibile nonostante fossimo in molti e la rete mi sembra un po' così, silenziosa ma che prende spazio in un territorio importante da occupare. Per questo sono felice di essere qui e sono grata a Fuori (ne ho parlato qui), libro di cui sono la curatrice, significativo perché corale, perché pare un po’ colpa sua se ci siamo ritrovati qui a parlare di Terra, e quando i libri ti fanno incontrare le persone sono preziosi.
Comincio così:“C'era una volta una bambina a cui piaceva molto perdersi, e lo faceva bene perché poi era brava a ritrovarsi. Quando decideva di perdersi andava nel grande prato dietro casa, lo attraversava tutto, si affacciava al limitare della foresta e si incamminava all'ombra dei grandi alberi che diventavano sempre più grandi e sempre più fitti.”
Quando mi è stato chiesto di pensare a questo intervento e proposto di parlare di vuoto perché in Fuori ne avevo scritto un paragrafo, ho detto di sì. Poi però nell'ultimo mese non ho fatto altro che ragionare al vuoto e al perdersi. Quando per tutto il mese ragioni di perderti, il rischio è non sapere dove stai andando. Soprattutto mi sono chiesta: come si permette una “piccola come me” di dire alla Natura che è vuoto, quando la sensazione che abbiamo tutti quando andiamo in natura è che finalmente ci ritroviamo in qualcosa di bello, di pieno, di ricco? Sembra un'affermazione che odora di scandalo, ma ringrazio Carlo Ridolfi (presidente della Rete di Cooperazione Educativa, ndr, qui il link) che mi ha “costretto” a mettere in fila alcuni pensieri, per cui spero non vi dispiacerà perdervi un po' con me.
Nella maggior parte dei casi quello che sappiamo della Terra non sembra avere a che fare con il vuoto. Oggi sappiamo tutti quanti che la natura, se può essere vuoto, è un vuoto che fa bene. Moltissime ricerche ci descrivono che fa bene, perché genera appartenenza, ciò che è stato descritto come biofilia (nel frequentarla noi ci avviciniamo alla natura e sentiamo di fare parte di essa). Di più, sappiamo che la natura fa bene dal punto di vista fisico, ma anche che è predittiva di felicità, a parità di altre condizioni di vita, che fa stare meglio dal punto di vista emotivo. E ancora che serve a ridurre lo stress, a rigenerare concentrazione e attenzione; che sostiene la curiosità e la creatività.
Se è vuoto, dunque, è vuoto intelligente perché Natura è anche qualcosa che ci permette di apprendere meglio. Oggi sappiamo che le esperienze in natura sono esperienze che generano apprendimento anche dal punto di vista formale.
Se la Natura è vuoto, è vuoto che fa scuola da molto tempo: almeno da Rousseau, certamente fino a Zavalloni e passando per Mario Lodi. Dunque, se la natura fa così tanto scuola, come posso accostarla al vuoto?
Allora, vuoto in che senso? Provo a parlare di spazio naturale intendendolo come spazio non saturo. La natura per me si configura come uno spazio diverso da altri luoghi che bambini e ragazzi sono abituati a frequentare nella loro quotidianità sia scolastica sia domestica, dove c’è saturazione di oggetti e proposte scelte da altri. Perché nei suoi spazi c'è ancora spazio per mettere se stessi. I luoghi naturali non sono stati completamente predefiniti e organizzati da altri: quello che troviamo in natura è completamente divergente da quello che si può trovare in un'aula scolastica, in una casa o anche in un cortile.
Quando siamo in natura non troviamo di norma risposte ma soprattutto domande.
Domande che riguardano le cose, gli eventi nella loro complessità, perché il mondo ci viene incontro intero, in fenomeni complessi. Quando portiamo i bambini all'aperto non riusciamo a portarli esclusivamente a fare scienze, matematica o geometria, perché dentro alla natura, ad esempio dentro ad un albero, ci sono contemporaneamente la storia, la geografia, la matematica, la geometria, le scienze, ci sono tutte le discipline che arrivano incontro a un bambino in maniera unica, globale, complessa. Le discipline sono un costrutto che l’uomo ha creato perché siamo cosa piccola rispetto al mondo e avevamo bisogno di ridurlo un po’ per provare a capirlo. Non sto negando che l'avere inventato le discipline non sia un modo che ha permesso all'umanità di generare poi conoscenza, però le discipline rischiano di "imbrigliare". Soprattutto se siamo più preoccupati di insegnare contenuti disciplinari che non di permettere ai bambini di incontrare le domande del mondo. Ma le domande del mondo arrivano loro incontro intere. Cosa avrà da raccontare quel materiale o quello spazio naturale a quel bambino?
La Natura, allora, è un vuoto settoriale, perché non parla per settori, mentre è un pieno di senso, un pieno di vita, un pieno che interroga profondamente e mai banalmente.
Il mondo ci viene incontro così, per cui questo spazio vuoto, nel senso che stiamo delineando di non già completamente predeterminato, è rigenerante in quanto si contrappone a spazi e tempi molto pieni che i bambini e i ragazzi incontrano tutto il giorno a scuola, oltre che a casa. E in quegli spazi non più saturi possono accadere cose differenti da quelle che succedono altrimenti scuola.
Il vuoto come infinite possibilità
Fuori spesso gli insegnanti sanno poco, meno di quello che sanno dentro, dunque sono più vicini ai bambini. In questo spazio in cui non sappiamo abbastanza, si apre la possibilità per noi di stare a vedere cosa succede. In quello spazio che chiamo di “comune inesperienza”, perché adulti e bambini ne sanno oggi entrambi troppo poco, gli adulti possono tornare a osservare.
Andare fuori è una delle modalità con cui gli adulti hanno la possibilità di provare a cambiare il proprio ruolo. Quando siamo dentro, sappiamo – perché lo abbiamo imparato, interiorizzato, a volte trasformato in routine - quello che siamo chiamare a fare, conosciamo i contenuti e anche le metodologie. Quando andiamo fuori, invece, non lo sappiamo più. Proprio perché ne sappiamo poco di Natura, quando andiamo fuori può succedere che rimaniamo senza parole, che non abbiamo le risposte. Allora si apre lo spazio di una “ricerca condivisa”. Quando non siamo preoccupati di dare la risposta giusta alle domande dei bambini, magari proprio perché non la conosciamo, allora può succedere che noi e i bambini possiamo farci buone domande. C’è lo spazio – vuoto - per stare ad ascoltare le domande che i bambini si fanno. Lì può cambiare qualcosa, che entra in maniera dirompente nel mondo della scuola.
Fuori per lasciare provare i bambini
Fuori c'è anche una diversa distanza, nel senso che si possono sperimentare delle distanze maggiori, meno prossime, da quelle che ci sono normalmente negli spazi che conosciamo dentro. All'interno siamo molto vicini, talvolta addosso. Sopra le teste dei bambini. Spesso prevalichiamo la voglia di dire e di fare dei bambini per condurli dove crediamo debbano andare, verso ciò che pensiamo debbano sapere, fare, dire. Fuori riusciamo maggiormente – certo, a patto che abbiamo coraggio, perché dobbiamo rischiare di credere davvero in quello che possono provare a fare - a prendere nuove distanze, facendo crescere di contro la vicinanza emotiva. Se non siamo distratti da chiacchiere e non assumiamo la posizione dei guardiani, possiamo sperimentare quella di chi, con un buon obiettivo, una buona lente, si mette a guardare. E in quel guardare scopriamo che possiamo lasciarli andare. Possiamo provare a esercitare fiducia nei loro confronti. Allora fuori si genera uno spazio vuoto, nel senso di libero, dove loro possono provare a fare.
Conoscere per proteggere
È vero che gli adulti sono poco abituati a frequentare la natura, ma oggi questo vale anche per i bambini e i ragazzi. Noi associamo bambini e natura come se fossero un binomio imprescindibile, ma questo sta diventando sempre più come un binomio fantastico di Rodari, ovvero un'associazione che non è così scontata. Per poter voler frequentare qualcosa la dobbiamo conoscere, per volerla frequentare dobbiamo averci a che fare. Nessuno sta bene in un luogo che non conosce, perché la prima esperienza è di disorientamento: se non lo frequenti, non lo conosci, non lo ami e non lo proteggi. Questo è un passaggio cruciale. Per seminare il futuro abbiamo bisogno di frequentare: per conoscere, per amare, per proteggere. Se non compiamo questi passaggi, probabilmente invecchieremo come adulti che non proteggono la terra e faremo crescere bambini che non la proteggeranno, perché non l'hanno conosciuta e dunque non la possono amare.
Per costruire un dialogo fertile con la Terra c’è bisogno di conoscerla. Di adulti coraggiosi che si prendono la responsabilità di far uscire i bambini e i ragazzi, a rischio di perdersi.
Allora perdersi diventa davvero un bene, perché quando cambiamo le coordinate dei luoghi che frequentiamo, quando dall'aula andiamo fuori, perdiamo un po' il nostro ruolo perché non sappiamo più perfettamente cosa fare. Siamo stati istruiti per insegnare dentro, e spesso in un modo vecchio, come sento il mio ora mentre vi parlo da un palco, un modo che si riduce al racconto unilaterale di qualcuno che prova a condividere, più o meno umilmente, ciò che ha capito. Ma questo modo è, comunque, un modo vecchio.
Occorrono adulti coraggiosi, dunque, che permettano ai bambini di attraversare un vuoto di certezze, di uscire e perdersi, perché quando si inizia a perdersi si apre il mondo. Un mondo che è fatto di inconsueto, e dunque di possibilità, in cui si aprono orizzonti che non avevamo neanche immaginato. Ma è un mondo possibile, senza assillo, molto diverso da certa scuola ancora troppo diffusa: un mondo dove si può correre il rischio di oziare, come Gianfranco Zavalloni ha raccontato bene, e così di apprendere.
Nel vuoto che la natura istituisce può cambiare il modo con cui stiamo con i bambini.
Io non sono appassionata di natura perché mi piace sporcarmi le mani: anche, ma non solo né soprattutto. La cosa che genera e sostiene la mia passione è lo spiazzamento che avverto nello stare fuori. In questo spiazzamento sento che nella Terra, nel Mondo si può istituire un modo diverso anche di pensare la scuola.
Il vuoto è faticoso perché si sente il cuore. Anche della scuola.
Questa natura che provoca a stare in ascolto in modo diverso, può farci sentire il cuore dei bambini, il nostro cuore quando stiamo in silenzio dentro la natura e ci può far sentire il cuore della scuola, un cuore che deve ricominciare a battere forte. Innanzitutto dentro alla scuola pubblica. E non perché le scuole che non sono identificate come tali non siano buone scuole, ma perché penso che le scuole debbano essere comunque e sempre pubbliche, nel senso di tutti, per tutti, accessibili, partecipate, vive. In questo momento vivo con dolore il movimento centrifugo dalla scuola di tante famiglie, come anche la fatica a restarvi dentro di tanti altri genitori, ma anche di molti insegnanti, che sentono che quello che si fa a scuola non è quello che vorrebbero che la scuola fosse.
La scuola che fa venir voglia di imparare
Abbiamo una responsabilità enorme, perché la scuola di tutti i bambini, di ogni bambino, deve essere un luogo che non spegne le loro teste, ma che li tiene vivi, che li “infetta” di un virus buono che permette loro di continuare ad avere voglia di imparare, per tutta la vita.
Per me in gioco c'è qualcosa di più del solo uscire. Uscire permette di frequentare, conoscere, amare e proteggere, lo abbiamo detto, dunque è certamente importante. Però per me andare fuori significa soprattutto avere l’opportunità di pensare cosa vorrei fosse il futuro dell'educazione. Io voglio che il futuro dell'educazione sia un posto dove i bambini entrano contenti di esserci arrivati, che abbiano voglia di starci tutto il tempo, tutti i giorni dell'anno e che nelle prime settimane di scuola non si chiedano quanto manca alla fine. Non voglio che pensino che quando escono alle quattro del pomeriggio finalmente inizia la vita, voglio che non serva avere tanti i compiti da fare perché quello che è successo dentro, quando hanno passato tutta la giornata a scuola, è stato talmente ricco e bello e produttivo che li ha riempiti per i giorni, i mesi e gli anni a venire. Per questo vorrei tantissimo una scuola aperta sul mondo.
Riassumendo...
I bambini e i ragazzi hanno bisogno di natura. È un fatto. Per tutte le ragioni che ci siamo detti prima: crescono meglio, con una mente più aperta, perché è vero che nella terra è il futuro dell'educazione. Ancora di più, però, il mondo ha bisogno dei bambini e dei ragazzi, perché altrimenti non vive. Non penso che ci possa essere un'altra storia. Questo mondo ha bisogno che ognuno di noi svolga al meglio il suo lavoro.
Di solito si chiude dicendo grazie. Io oggi per la prima volta ho deciso di chiudere dicendo “per favore”, perché vorrei che l'onda di queste giornate fosse un’onda lunga, in cui conservassimo l’idea che i bambini si possono perdere. E, mentre loro si perdono e scoprono il mondo e la vita, noi perdessimo un po’ l'idea tanto rassicurante di scuola che ci siamo costruiti addosso, per andare con coraggio verso una scuola diversa, aperta al mondo, perché sa che là fuori c'è il futuro.
Vorrei che l'onda lunga di tutto quello che la Rete fa e che stiamo condividendo qui lo portassimo dentro ai nostri posti di lavoro. Se non ci mettiamo la faccia, tutti e ognuno, la scuola di tutti è una scuola destinata a perdersi, e non nel senso buono che abbiamo provato a condividere. Mentre può essere un posto dove c'è vuoto e, dunque, spazio per tutti. Quando facciamo vuoto, l'universo ci può riempire.
martedì 20 settembre 2016
"Non voglio andare a scuola" e "NONtiplicazioni" di Stephanie Blake, Babalibri
Non voglio andare a scuola e NONtiplicazioni dell'autrice Stephanie Blake, editi da Babalibri (qui e qui i due link), sono due albi divertenti e scanzonati che aiutano bambini e genitori ad affrontare il ritorno a scuola. Ne hanno già parlato in molti, ma forse per chi non li conosce ancora può essere un modo diverso per ricominciare.
Nel primo albo, adatto sia a chi ha problemi di inserimento alla scuola dell'infanzia, sia alla scuola primaria, il giovane coniglio Simone non ha - come quasi tutti i bambini - voglia di iniziare. I cambiamenti, si sa, ci terrorizzano e ognuno ha il suo modo per affrontare le paure.
Il suo unico modo è un estremo rifiuto "No, non voglio!" (le frasi spesso ripetute, sono una specie di "leitmotiv" o mantra di vari libri di questa autrice ironica, che piace tantissimo ai giovani lettori, a partire dal primo albo ormai storico "Caccapupù").
Inutile cercare di convincerlo.
Simone ha paura e lo dimostra in questa scena esilarante durante la notte che passa cercando di autoconvincersi, per poi cedere alla paura. Un loop infinito che lo tiene sveglio finché alla fine non cerca aiuto nella mamma: ma anche le sue rassicurazioni, perché per lei è sempre il suo Superconiglio capace di affrontarne di ogni, non sembrano bastare: proprio non ce la fa.
E così al mattino ricomincia l'ansia - chi ogni giorno non li ha vissuti o li vive con i propri figli? - che sale e la risposta è sempre la stessa "No, non voglio!".
Inutile cercare i trovare razionalmente un modo per tranquillizzarlo. Ognuno deve trovare in sé - certo, confortato dall'amore dei genitori - il suo modo per affrontare le proprie paure. E il modo migliore spesso è semplicemente vivere e agire.
Infatti, finalmente a scuola, Simone scopre che può fare tante cose e che non sono poi tanto male.
E cosa dirà alla mamma quando andrà a prenderlo? Ai lettori un po' di suspance e di divertimento!
Visto il grande successo di questo titolo, potete trovare l'albo sia nella sua versione cartonata, sia nella collana Bababum (link), in formato tascabile.
La frustrazione è grande e quando esce da scuola non ha voglia di parlare, anzi dice convinto al papà che "la scuola non serve a un bel niente" (alzi la mano chi non se lo è sentito ripetere almeno una volta dal proprio figlio, a meno di avere un piccolo genio o un cuor contento).
Simone sempre più mortificato dalle domande dei genitori si sfoga - come è tipico - urlando e sbraitando contro una povera merenda, che altrimenti avrebbe ben apprezzato e gustato.
La rabbia non scompare quando sale in camera, anzi cresce cresce sempre più finché la mamma "finalmente" non gli pone più domande generiche - che purtroppo facciamo spesso al rientro da scuola, curiose e ansiose di sapere com'è andata - ma si mette semplicemente in ascolto, prendendolo in braccio. E lui svela il grande segreto: non capisce le tabelline.
Quello che sembrava un ostacolo insormontabile detto ad alta voce forse fa un po' meno paura, in particolare se a rassicurarci c'è qualcuno che ci sta accanto. Spinto da questa iniezione di fiducia Simone si mette d'impegno ma cede urlando "Detesto le NONTIPLICAZIONI" (e il fratellino Gaspare che gli fa da pappagallo ripetendo a suo modo "NOTIPICATONI").
Ma come si sa a volte la notte porta consiglio. Bisogna darsi tempo. E trovare il proprio sistema per imparare (non ce n'è uno che vale per tutti!). Simone inizia a prendere il suo sacchetto di biglie, le conta, le suddivide, le somma, le moltiplica. Insomma, al posto di vedere semplicemente dei numeri ne vede le possibili implicazioni pratiche.
Il giorno dopo il successo è assicurato. La soddisfazione è alle stelle.
La nostra famiglia segue le avventure di Simone dal primo libro e se vi piace questo personaggio, non lasciatevi sfuggire i vari titoli che possono accompagnarvi nella crescita dei vostri bambini. Con un disegno molto semplice, pagine colorate e accese e un testo grande, questi albi sono anche perfetti per le prime letture o per una lettura del fratello più grande a quello più piccolo.
Su Libri e Marmellata e Milkbook altre due bellissime recensioni: qui e qui.



























