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Ritratto di Guglielmo Pisapia,
anni Sessanta inizi Settanta,
bronzo, |
Parto da una persona a me cara: mio padre Antonio (magistrato in pensione), Parto da lui perché, grazie a suo fratello Gino (recentemente scomparso), ha conosciuto Bruno Calvani in tutta la sua essenza, sia come artista sia come persona. Questi ricordi potranno essere di interesse per chi non ha avuto questo privilegio (io stessa sono cresciuta immersa nelle sue opere ma non ho mai avuto occasione di conoscerlo, essendo troppo piccola).
“… Accompagnai mio padre Guglielmo e mio zio Gian Domenico da Bruno Calvani che allora aveva lo studio al primo piano di una casa d’epoca in Corso di Porta Vittoria (a Milano, ndr). Si saliva una ripida scala in pietra grigia avendo di fronte in alto, sul pianerottolo antistante la porta d’ingresso, un nudo di donna seduta a grandezza naturale che trionfante accennava un impercettibile sorriso ai visitatori che le venivano incontro …” Così mio fratello Gino nella “Gita a Losanna” pubblicata su Mola Libera (qui), in cui ripercorre con la memoria aspetti della sua conoscenza con l’Artista, racconta come conobbe Calvani.
Allora Gino ed io abitavamo insieme, io avevo iniziato Giurisprudenza e Gino, di otto anni più grande di me, impegnato nel lavoro mi mandò, per qualche ragione che non ricordo (ritirare o portare qualcosa?) da quello scultore, che tanto lo aveva impressionato nei suoi primi incontri. Salii le stesse scale da lui descritte con precisione ma il mio ricordo è in parte diverso. Non ricordo la grande statua, ricordo invece che lo scultore era da solo in uno studio piuttosto piccolo e con poche sculture (una mano, qualche testa). Stava lavorando e, lavorando, ascoltava musica classica. Era una persona molto gentile, di poche parole, con uno sguardo intenso …
Di Bruno Calvani non ricordo altro in quei primi anni …
"Il primo disegno di Calvani che mi regalò mio padre" (Antonio Pisapia). ©Antonio Pisapia |
Nel luglio del 1967 mi laureai e in questa occasione mio padre mi regalò il quadro di un disegno di Calvani; sul retro scrisse “Ad Antonio il primo quadro per la sua casa regalatogli da papà” (“Galeotto fu il libro …).
A quell’epoca non ero particolarmente interessato a questa amicizia che si era creata tra Gino prima e i miei genitori poi con Bruno Calvani e la sua famiglia. Ero molto preso dai miei studi di legge e la letteratura teneva ancora il primo posto nel mio tempo libero. Però fotografavo e scattai un rullino di foto di una gita fatta, alla fine dell’estate del 1968, con i miei genitori, Gino, una mia anziana zia ("Zietta"), e la famiglia Calvani, sul lago d’Orta.
1968. Isola di San Giulio sul lago d’Orta. Da sinistra: mio padre, Elena Calvani, mia madre, “Zietta”, Giuliana Calvani e quasi nascosto dietro a lei, Bruno Calvani ©Antonio Pisapia
Orta San Giulio. Ristorante “La Bussola”. Giuliana Calvani ©Antonio Pisapia
Saliamo sul traghetto per l’Isola. Bruno Calvani aiuta “Zietta” ©Antonio Pisapia
Sul traghetto per l’Isola. Bruno Calvani ©Antonio Pisapia
Questa documentazione mi consente di dimostrare un aspetto particolare di Calvani. Se da un lato visse sempre come un vero bohémien, dall’altro, e non c’è contraddizione, mantenne sempre un forte senso della famiglia, sia quella di origine, sia quella che si era creata sposando Elena. Penso che anche per questo si stabilì un forte legame non solo tra mio fratello Gino e Bruno Calvani ma anche tra le due famiglie. Da alcune opere di Calvani, a mio avviso, traspare anche questo aspetto meno conosciuto: nella scultura nei i ritratti fatti ai suoi familiari, ma anche nella pittura ove compaiono ricordi di vita familiare o scherzi per la figlia Giuliana.
Bruno Calvani. Olio su tavola. "Senza titolo", un'opera che rappresenta un interno di vita familiare ©Antonio Pisapia
Bruno Calvani. Disegno a china. “papà di una bella mascherina” ©Antonio Pisapia
A quei tempi parlavo più con Giuliana, perché eravamo quasi coetanei e avevamo un comune interesse per la letteratura. Quando li incontravo tutti insieme, nella loro casa di via Concordia 10, già descritta da Gino, lui silenzioso, madre e figlia parlavano insieme, molto velocemente, di tutto: era una famiglia felice.
Ben diverso era l’interesse per gli artisti di mio fratello Gino, che, negli anni del Politecnico, aveva anche frequentato la scuola serale di disegno con Aldo Salvadori. Alla fine del 1968 pubblicò un libretto, stampato in torchio, in tiratura limitata, per augurare Buon Anno agli amici, con acqueforti di Bruno Calvani e Aldo Salvadori e proseguì, negli anni seguenti, ad augurare il Nuovo Anno ad amici, con tirature limitate di acqueforti di Bruno Calvani,
In alto colophon e, sopra, acquaforte di Bruno Calvani del libretto a tiratura limitata stampato nel 1968 da Gino Pisapia per gli amici. ©Antonio Pisapia |
| 1971. Milano. Rinfresco al Ristorante Naviglio Grande per il mio matrimonio. Mia moglie Paola ed io e, a destra, mio fratello Gino e Giuliana Calvani. ©Antonio Pisapia |
Nel 1970 mi sposai e al mio matrimonio parteciparono anche Bruno Calvani con la moglie e Giuliana.
Mio fratello Gino e Bruno Calvani al mio matrimonio. ©Antonio Pisapia
Per il mio matrimonio Gino ci regalò una testa di bambino di Bruno Calvani, in cera, materiale che rende ancor più delicato quel viso.
| ©Antonio Pisapia |
Bruno Calvani ci fece dono di una tecnica mista che ho sempre chiamato “Gli sposi”: un uomo e una donna affacciati al balcone della vita che guardano fiduciosi il loro destino.
| ©Antonio Pisapia |
Paola ed io iniziammo a frequentare di più Bruno Calvani. Una sera venne a cena insieme alla moglie, era il 28 ottobre 1972. Nel 1971 avevamo avuto il primo figlio, Tomaso, e, prima di metterlo a dormire lo facemmo vedere agli ospiti (debolezza dei giovani genitori). Calvani tirò fuori dalla tasca interna la sua penna a china e ne fece il ritratto: forse è l’unica opera che ho con una datazione così precisa.
| ©Antonio Pisapia |
Cominciai a fare acquisti di opere su carta (Gino veniva a propormele, soprattutto quando l’artista aveva bisogno). Alcune di queste le amo molto, per esempio quella che io chiamo “Omaggio a Manet”, una Olimpia “in stile Calvani”.
| ©Antonio Pisapia |
Frequentando il suo studio, diverso dal primo, ora era tra piazza Cavour e via Turati ed era piuttosto grande, mi innamorai di due sue sculture, che poi acquistai. Una è la grande testa (Modesti 33) che è esattamente quella che appare nelle foto di quello studio (sembra bronzo ma è in creta e ha una finitura, con scanalature, molto particolare).
| ©Antonio Pisapia |
L’altra è una piccola testa, originale in creta (è la n. 27 e 28 del Modesti), che poi anni dopo regalai a Gino sapendo che anche lui l’amava molto.
| ©Antonio Pisapia |
Questa testa mi ispirò anche una poesia, che, quantomeno, mi consente di datare il mio amore per un’opera di Calvani.
La fanciulla di Calvani
Emana il tuo volto/una calma serena. //
Attendo il prodigio/che schiuda le labbra/votate al silenzio,/la parola che sveli/il tuo dolce segreto,/ma nulla tradisce/lo sguardo che fissa/nel vuoto lontano.//
La materia tramanda/intatto nel tempo/l’enigma insoluto/della vita che vive./
6 aprile 1977
In quegli anni Paola, che pure amava Calvani e che in quel momento aveva maggiori disponibilità economiche, acquistò il nudo disteso (n, 52 di Modesti) che avevamo solo visto in fotografia. Calvani fece fare la fusione in bronzo dalla Fonderia Battaglia (qui) e mi portò con lui per farmi vedere la complicata lavorazione di un bronzo a cera persa.
Quando il bronzo appare, con gli spuntoni attraverso cui il bronzo viene colato, l’artista rifinisce l’opera ed è, credo, questo ultimo intervento dell’artista che consentirà di distinguere una copia, comunque in numero limitato, eseguito dallo stesso artista, da altre successive non autorizzate.
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| Lo scultore Francesco Messina nella Fonderia Battaglia Foto dal sito della Fonderia |
In una di queste occasioni nella Fonderia, non molto distante da noi c’era Francesco Messina che stava rifinendo una sua scultura in bronzo. Calvani volle presentarmelo ed ebbi modo di capire che i due artisti si conoscevano molto bene. Prima di accomiatarci Messina disse, rivolto a me: “Se lo tenga stretto …” ed ebbe altre parole di stima sincera verso Calvani.
Il 1978 fu il periodo in cui maggiormente frequentai Bruno Calvani. Era stato ricoverato al Policlinico per seri problemi di salute e Gino, che non abitava più a Milano, mi chiese di aiutarlo per quanto potevo.
Accompagnandolo con l’auto dove aveva bisogno di andare, trascorsi con lui molte ore. Paola mi ha sempre rimproverato dicendomi: “Dovevi registrare …”. Non lo feci e ho solo vaghi ricordi di quanto diceva.

Acquarello di Bruno Calvani, 1985. Collezione Pisapia.
©Antonio Pisapia.
Parlava spesso del suo periodo parigino, non delle sue opere, tantomeno dei suoi successi, piuttosto raccontava episodi di vita quotidiana da cui traspariva quanto era stata bella, allora, e anche divertente la sua vita (da lui appresi che a quell’epoca in Francia i cavalli da fatica venivano chiamati “Gondrand”). In realtà parlava di tutto: passando in auto per un viale alberato di Milano, che a me era sempre sembrato poco interessante, mi fece notare quanto erano belli gli ippocastani in fioritura. Dopo molti anni, ho trovato opere su carta che fece poco prima di morire: erano quasi sempre fiori.
Volle portarmi da Cova, che allora ma ancora adesso è il bar pasticceria più rinomato di Milano, in via Montenapoleone. Gli inservienti lo conoscevano tutti e lo salutavano con rispetto e simpatia. Molti anni dopo Giuliana, parlando di suo padre bohémien, raccontava che, quando vendeva qualcosa, tornava a casa con qualche cibo, prelibato ma improbabile, per festeggiare, e citò proprio i marrons glacés con violette di Cova.
Per dimostrarmi la sua riconoscenza, mi propose anche: "Alla Galleria Gian Ferrari ci sono dipinti di De Pisis, posso accompagnarla a vederli?". I quadri erano particolarmente belli e ho ancora un intenso ricordo di quelle nature morte con un profondo senso dello spazio …
Collezione ©Antonio Pisapia - Foto: Marco Mignani
Decise di tornare nella casa natale a Mola, per riprendersi. Prima che partisse gli dissi che avrei voluto acquistare, se ne aveva, un suo dipinto a olio che rappresentasse una Marina (Gino ne aveva alcune e mi piacevano molto). Sapevo anche che non attraversava un buon momento, non avendo potuto lavorare per molti mesi, e per sculture e oli avevamo sempre pagato un prezzo adeguato. Qualche giorno dopo mi portò una tavoletta con una deliziosa Marina, credo di Mola. Gli chiesi quanto gli dovevo e mi disse una cifra assolutamente irrisoria. Di fronte alle mie imbarazzate insistenze fu irremovibile.
Tornò a Milano alcuni anni dopo. Paola ed io andammo a trovarlo nel suo studio, che ora era più in periferia, molto grande e ingombro di tutto. Paola stava per sedersi su una sedia ma si accorse che anche lì c’era un disegno, si scusò ed espresse ammirazione per quell'opera. Lui lo firmò, glielo regalò e vi aggiunse una dedica.
Mi disse che aveva opere in una fonderia alcune opere pronte - e mai ritirate per mancanza di soldi. Fu così che lo accompagnai in una fonderia fuori Milano e acquistai la maschera della sorella, un suo pezzo che mi era sempre piaciuto.
Nel 1982 l’Annunciata fece una sua personale ma purtroppo qualcosa era cambiato nel mondo dell’arte e c’erano solo i collezionisti “storici”. A posteriori penso che l’inizio dell’oblio di Bruno Calvani fosse già cominciato.
I miei ricordi di questo periodo sono ancora più imprecisi perché il lavoro mi lasciava davvero pochissimo tempo, essendo io in Corte d’Assise (Le Corti avevano raddoppiato il loro lavoro a causa dei processi di terrorismo).
Arrivo al 19 dicembre 1985. Avuta la notizia il giorno seguente, in una pausa riuscii ad andare all’obitorio del Policlinico, molto vicino al Tribunale (mi muovevo in bicicletta). La bara era aperta, rividi per l’ultima volta il suo volto nobile, non più in vita. In quel momento ero solo io con lui. La vicenda umana di Bruno Calvani si era conclusa, in un assordante silenzio. In cuor mio lo ringraziai per quello che aveva dato. Poi corsi via, al lavoro.




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