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mercoledì 5 agosto 2026

L'artista Bruno Calvani nel ricordo di un collezionista

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Ritratto di Guglielmo Pisapia, anni Sessanta inizi Settanta, bronzo, 
Arona, Collezione Gino Pisapia 



Dopo aver parlato della mostra su "Bruno Calvani. La luce sull'antico" - che rimarrà aperta fino al 30 settembre 2026 al Castello Angioino Aragonese di Mola di Bari - con Massimo Guastella, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università del Salento (trovate il post qui), ho deciso di approfondire l'argomento sull'artista con altri post dedicati sia ai collezionisti privati sia a chi la mostra la segue ogni giorno.

Parto da una persona a me cara: mio padre Antonio (magistrato in pensione), 
Parto da lui perché, grazie a suo fratello Gino (recentemente scomparso), ha conosciuto Bruno Calvani in tutta la sua essenza, sia come artista sia come persona. Questi ricordi potranno essere di interesse per chi non ha avuto questo privilegio (io stessa sono cresciuta immersa nelle sue opere ma non ho mai avuto occasione di conoscerlo, essendo troppo piccola).

“… Accompagnai mio padre Guglielmo e mio zio Gian Domenico da Bruno Calvani che allora aveva lo studio al primo piano di una casa d’epoca in Corso di Porta Vittoria (a Milano, ndr). Si saliva una ripida scala in pietra grigia avendo di fronte in alto, sul pianerottolo antistante la porta d’ingresso, un nudo di donna seduta a grandezza naturale che trionfante accennava un impercettibile sorriso ai visitatori che le venivano incontro …” Così mio fratello Gino nella “Gita a Losanna” pubblicata su Mola Libera (qui), in cui ripercorre con la memoria aspetti della sua conoscenza con l’Artista, racconta come conobbe Calvani.

Allora Gino ed io abitavamo insieme, io avevo iniziato Giurisprudenza e Gino, di otto anni più grande di me, impegnato nel lavoro mi mandò, per qualche ragione che non ricordo (ritirare o portare qualcosa?) da quello scultore, che tanto lo aveva impressionato nei suoi primi incontri. Salii le stesse scale da lui descritte con precisione ma il mio ricordo è in parte diverso. Non ricordo la grande statua, ricordo invece che lo scultore era da solo in uno studio piuttosto piccolo e con poche sculture (una mano, qualche testa). Stava lavorando e, lavorando, ascoltava musica classica. Era una persona molto gentile, di poche parole, con uno sguardo intenso …

Di Bruno Calvani non ricordo altro in quei primi anni …

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"Il primo disegno di Calvani che mi regalò mio padre" (Antonio Pisapia). ©Antonio Pisapia  


Nel luglio del 1967 mi laureai e in questa occasione mio padre mi regalò il quadro di un disegno di Calvani; sul retro scrisse “Ad Antonio il primo quadro per la sua casa regalatogli da papà”  (“Galeotto fu il libro …). 


A quell’epoca non ero particolarmente interessato a questa amicizia che si era creata tra Gino prima e i miei genitori poi con Bruno Calvani e la sua famiglia. Ero molto preso dai miei studi di legge e la letteratura teneva ancora il primo posto nel mio tempo libero. Però fotografavo e scattai un rullino di foto di una gita fatta, alla fine dell’estate del 1968, con i miei genitori, Gino, una mia anziana zia ("Zietta"), e la famiglia Calvani, sul lago d’Orta.


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1968. Isola di San Giulio sul lago d’Orta. Da sinistra: mio padre, Elena Calvani, mia madre, “Zietta”, Giuliana Calvani e quasi nascosto dietro a lei, Bruno Calvani ©Antonio Pisapia 



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Orta San Giulio. Ristorante “La Bussola”. Giuliana Calvani ©Antonio Pisapia 

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Saliamo sul traghetto per l’Isola. Bruno Calvani aiuta “Zietta” ©Antonio Pisapia 


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Sul traghetto per l’Isola. Bruno Calvani ©Antonio Pisapia 


Questa documentazione mi consente di dimostrare un aspetto particolare di Calvani. Se da un lato visse sempre come un vero bohémien, dall’altro, e non c’è contraddizione, mantenne sempre un forte senso della famiglia, sia quella di origine, sia quella che si era creata sposando Elena. Penso che anche per questo si stabilì un forte legame non solo tra mio fratello Gino e Bruno Calvani ma anche tra le due famiglie. Da alcune opere di Calvani, a mio avviso, traspare anche questo aspetto meno conosciuto: nella scultura nei i ritratti fatti ai suoi familiari, ma anche nella pittura ove compaiono ricordi di vita familiare o scherzi per la figlia Giuliana. 

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Bruno Calvani. Olio su tavola. "Senza titolo", un'opera che rappresenta un interno di vita familiare ©Antonio Pisapia 


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Bruno Calvani. Disegno a china. “papà di una bella mascherina” ©Antonio Pisapia 



A quei tempi parlavo più con Giuliana, perché eravamo quasi coetanei e avevamo un comune interesse per la letteratura. Quando li incontravo tutti insieme, nella loro casa di via Concordia 10, già descritta da Gino, lui silenzioso, madre e figlia parlavano insieme, molto velocemente, di tutto: era una famiglia felice. 

Ben diverso era l’interesse per gli artisti di mio fratello Gino, che, negli anni del Politecnico, aveva anche frequentato la scuola serale di disegno con Aldo Salvadori. Alla fine del 1968 pubblicò un libretto, stampato in torchio, in tiratura limitata, per augurare Buon Anno agli amici, con acqueforti di Bruno Calvani e Aldo Salvadori e proseguì, negli anni seguenti, ad augurare il Nuovo Anno ad amici, con tirature limitate di acqueforti di Bruno Calvani,



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In alto colophon e, sopra, acquaforte di Bruno Calvani del libretto a tiratura limitata stampato nel 1968 da Gino Pisapia per gli amici. ©Antonio Pisapia

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1971. Milano. Rinfresco al Ristorante Naviglio Grande per il mio matrimonio. Mia moglie Paola ed io e, a destra, mio fratello Gino e Giuliana Calvani. ©Antonio Pisapia


Nel 1970 mi sposai e al mio matrimonio parteciparono anche Bruno Calvani con la moglie e Giuliana. 


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Mio fratello Gino e Bruno Calvani al mio matrimonio. ©Antonio Pisapia

Per il mio matrimonio Gino ci regalò una testa di bambino di Bruno Calvani, in cera, materiale che rende ancor più delicato quel viso.

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©Antonio Pisapia

Bruno Calvani ci fece dono di una tecnica mista che ho sempre chiamato “Gli sposi”: un uomo e una donna affacciati al balcone della vita che guardano fiduciosi il loro destino.

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©Antonio Pisapia


Paola ed io iniziammo a frequentare di più Bruno Calvani. Una sera venne a cena insieme alla moglie, era il 28 ottobre 1972. Nel 1971 avevamo avuto il primo figlio, Tomaso, e, prima di metterlo a dormire lo facemmo vedere agli ospiti (debolezza dei giovani genitori). Calvani tirò fuori dalla tasca interna la sua penna a china e ne fece il ritratto: forse è l’unica opera che ho con una datazione così precisa. 

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©Antonio Pisapia

Cominciai a fare acquisti di opere su carta (Gino veniva a propormele, soprattutto quando l’artista aveva bisogno). Alcune di queste le amo molto, per esempio quella che io chiamo “Omaggio a Manet”, una Olimpia “in stile Calvani”.

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©Antonio Pisapia

Frequentando il suo studio, diverso dal primo, ora era tra piazza Cavour e via Turati ed era piuttosto grande, mi innamorai di due sue sculture, che poi acquistai. Una è la grande testa (Modesti 33) che è esattamente quella che appare nelle foto di quello studio (sembra bronzo ma è in creta e ha una finitura, con scanalature, molto particolare).

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©Antonio Pisapia


L’altra è una piccola testa, originale in creta (è la n. 27 e 28 del Modesti), che poi anni dopo regalai a Gino sapendo che anche lui l’amava molto. 

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©Antonio Pisapia

Questa testa mi ispirò anche una poesia, che, quantomeno, mi consente di datare il mio amore per un’opera di Calvani.

La fanciulla di Calvani

Emana il tuo volto/una calma serena. //

Attendo il prodigio/che schiuda le labbra/votate al silenzio,/la parola che sveli/il tuo dolce segreto,/ma nulla tradisce/lo sguardo che fissa/nel vuoto lontano.//

La materia tramanda/intatto nel tempo/l’enigma insoluto/della vita che vive./

6 aprile 1977



In quegli anni Paola, che pure amava Calvani e che in quel momento aveva maggiori disponibilità economiche, acquistò il nudo disteso (n, 52 di Modesti) che avevamo solo visto in fotografia. Calvani fece fare la fusione in bronzo dalla Fonderia Battaglia (qui) e mi portò con lui per farmi vedere la complicata lavorazione di un bronzo a cera persa. 

Quando il bronzo appare, con gli spuntoni attraverso cui il bronzo viene colato, l’artista rifinisce l’opera ed è, credo, questo ultimo intervento dell’artista che consentirà di distinguere una copia, comunque in numero limitato, eseguito dallo stesso artista, da altre successive non autorizzate.


Lo scultore Francesco Messina nella Fonderia Battaglia
Foto dal sito della Fonderia


In una di queste occasioni nella Fonderia, non molto distante da noi c’era Francesco Messina che stava rifinendo una sua scultura in bronzo. Calvani volle presentarmelo ed ebbi modo di capire che i due artisti si conoscevano molto bene. Prima di accomiatarci Messina disse, rivolto a me: “Se lo tenga stretto …” ed ebbe altre parole di stima sincera verso Calvani.


Il 1978 fu il periodo in cui maggiormente frequentai Bruno Calvani. Era stato ricoverato al Policlinico per seri problemi di salute e Gino, che non abitava più a Milano, mi chiese di aiutarlo per quanto potevo. 


Accompagnandolo con l’auto dove aveva bisogno di andare, trascorsi con lui molte ore. Paola mi ha sempre rimproverato dicendomi: “Dovevi registrare …”. Non lo feci e ho solo vaghi ricordi di quanto diceva.


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Acquarello di Bruno Calvani, 1985. Collezione Pisapia.
©Antonio Pisapia.



Parlava spesso del suo periodo parigino, non delle sue opere, tantomeno dei suoi successi, piuttosto raccontava episodi di vita quotidiana da cui traspariva quanto era stata bella, allora, e anche divertente la sua vita (da lui appresi che a quell’epoca in Francia i cavalli da fatica venivano chiamati “Gondrand”). In realtà parlava di tutto: passando in auto per un viale alberato di Milano, che a me era sempre sembrato poco interessante, mi fece notare quanto erano belli gli ippocastani in fioritura. Dopo molti anni, ho trovato opere su carta che fece poco prima di morire: erano quasi sempre fiori. 


Volle portarmi da Cova, che allora ma ancora adesso è il bar pasticceria più rinomato di Milano, in via Montenapoleone. Gli inservienti lo conoscevano tutti e lo salutavano con rispetto e simpatia. Molti anni dopo Giuliana, parlando di suo padre bohémien, raccontava che, quando vendeva qualcosa, tornava a casa con qualche cibo, prelibato ma improbabile, per festeggiare, e citò proprio i marrons glacés con violette di Cova.


Per dimostrarmi la sua riconoscenza, mi propose anche: "Alla Galleria Gian Ferrari ci sono dipinti di De Pisis, posso accompagnarla a vederli?". I quadri erano particolarmente belli e ho ancora un intenso ricordo di quelle nature morte con un profondo senso dello spazio … 


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Collezione ©Antonio Pisapia - Foto: Marco Mignani


Decise di tornare nella casa natale a Mola, per riprendersi. Prima che partisse gli dissi che avrei voluto acquistare, se ne aveva, un suo dipinto a olio che rappresentasse una Marina (Gino ne aveva alcune e mi piacevano molto). Sapevo anche che non attraversava un buon momento, non avendo potuto lavorare per molti mesi, e per sculture e oli avevamo sempre pagato un prezzo adeguato. Qualche giorno dopo mi portò una tavoletta con una deliziosa Marina, credo di Mola. Gli chiesi quanto gli dovevo e mi disse una cifra assolutamente irrisoria. Di fronte alle mie imbarazzate insistenze fu irremovibile.


Tornò a Milano alcuni anni dopo. Paola ed io andammo a trovarlo nel suo studio, che ora era più in periferia, molto grande e ingombro di tutto. Paola stava per sedersi su una sedia ma si accorse che anche lì c’era un disegno, si scusò ed espresse ammirazione per quell'opera. Lui lo firmò, glielo regalò e vi aggiunse una dedica. 


Mi disse che aveva opere in una fonderia alcune opere pronte - e mai  ritirate per mancanza di soldi. Fu così che lo accompagnai in una fonderia fuori Milano e acquistai la maschera della sorella, un suo pezzo che mi era sempre piaciuto.


Nel 1982 l’Annunciata fece una sua personale ma purtroppo qualcosa era cambiato nel mondo dell’arte e c’erano solo i collezionisti “storici”. A posteriori penso che l’inizio dell’oblio di Bruno Calvani fosse già cominciato.

I miei ricordi di questo periodo sono ancora più imprecisi perché il lavoro mi lasciava davvero pochissimo tempo, essendo io in Corte d’Assise (Le Corti avevano raddoppiato il loro lavoro a causa dei processi di terrorismo).



Arrivo al 19 dicembre 1985. Avuta la notizia il giorno seguente, in una pausa riuscii ad andare all’obitorio del Policlinico, molto vicino al Tribunale (mi muovevo in bicicletta). La bara era aperta, rividi per l’ultima volta il suo volto nobile, non più in vita. In quel momento ero solo io con lui. La vicenda umana di Bruno Calvani si era conclusa, in un assordante silenzio. In cuor mio lo ringraziai per quello che aveva dato. Poi corsi via, al lavoro.

mercoledì 8 luglio 2026

A Mola di Bari, in Puglia, la Mostra su "Bruno Calvani. La luce sull'antico"


Rimarrà aperta fino al 30 settembre 2026 al Castello Angioino Aragonese di Mola di Bari la mostra "Bruno Calvani. La luce sull'antico", che fornisce la possibilità di scoprire
un artista del Novecento ancora poco noto ai più.


Bruno Calvani, 1905-1985.


"La retrospettiva dedicata a Bruno Calvani nasce con l’obiettivo di restituire alla comunità, molese e pugliese, la figura e le opere di uno degli artisti più significativi della scultura italiana del Novecento. 
Il progetto è curato da Massimo Guastella, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università del Salento" 
(sito del Comune qui). 
Ho approfittato della sua disponibilità per saperne di più e per incuriosire ognuno di voi ad andare a visitarla.



Nella foto da sinistra, il professor Massimo Guastella, 
docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università del Salento, 
e Carlo Mansueto, presidente della Cooperativa Armida.


Qual è stata l'idea che ha guidato la realizzazione di questa esposizione e quale ritiene sia il suo principale valore culturale?


Massimo Guastella (
MG) Ancorché una idea guida, ritengo sia stata l'esigenza della collettività di Mola di Bari (che da molti anni manifestava di voler realizzare una mostra al "proprio figlio") del mondo della cultura soprattutto sotto il profilo dell'associazionismo, questa occasione, voluta dal sindaco e dalla cooperativa Armida, è stata l'occasione per poter dare un senso a un'esposizione, perché oramai le mostre sono tutte senza una ragione. E questo senso è stato quello appunto di riordinare tutta la produzione dell'artista, non solo sotto il profilo più noto della scultura quanto quello sia del disegno sia della pittura. Questa è stata sostanzialmente la linea guida dell'intera esposizione e, quindi, poter dare un valore culturale di storicizzazione a un artista di una levatura non solo nazionale ma anche internazionale.


Il percorso espositivo intreccia ricerca storico-artistica e vicenda biografica dell'artista, restituendo anche uno spaccato dell'Italia del Novecento. In che modo questi due aspetti dialogano tra loro?



MG Ovviamente questi intrecci tra vicenda dell'uomo e vicende storiche artistiche e produzione appartengono alla metodologia della ricerca storica e artistica dell'età contemporanea, che prevede un esercizio critico, ma anche e soprattutto, un esercizio filologico.


L'incontro con altre personalità, il rapporto con gli altri movimenti fanno sostanzialmente da cornice per la contestualizzazione delle attività dell'artista, che agisce all'interno di relazioni e anche di contesti geografici e culturali; nel suo caso da giovanissimo era a Roma, quindi a Milano, poi c'è tutta la stagione rilevante francese - sulla quale si vorrebbero fare ulteriori approfondimenti - poi il ritorno in Italia, il periodo milanese durante la Guerra, nonché la consacrazione, la maturazione fino al riconoscimento dell'Accademia di San Luca.

Ci sono stati momenti diversi e contesti diversi che andavano necessariamente messi in relazione con tutti i rapporti, i luoghi e con quello con cui ha avuto a che fare.




Foto di Cooperativa Armida

L'allestimento di una mostra di questo tipo comporta inevitabilmente delle sfide. Qual è stata la difficoltà più significativa che avete dovuto affrontare?

MG Può sembrare la risposta più ovvia e banale, ma la risposta è, come sempre e soprattutto a certe latitudini, quella delle risorse economiche. Purtroppo c'è una tendenza a proporre mostre pensate altrove, organizzate altrove e poi importate e questo è un trend, che a mio avviso, porta il territorio, soprattutto quello meridionale, specie quello della Puglia, a una sorta di colonialismo, di nuovo colonialismo, perché enfatizzano nomi altisonanti e poi magari scopri che ci sono opere di scarso rilievo di quegli artisti importanti, pur di sbigliettare, pur di far parlare i giornali a favore dell'amministrazione proponente.


In questo caso, devo dire che la sfida - molto coraggiosa - l'ha affrontata l'amministrazione di Mola di Bari, scegliendo una mostra di ricerca, una mostra che avesse delle ragioni collegate al territorio, con una ricaduta nel territorio e questa è stata la grande sfida e che non è stata la mia, che ho solamente raccolto di buon grado il ruolo di curatore, scegliendo di mantenere una qualità scientifica alta.




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Bruno Calvani, Ritratto del padre, 1921, fuso dal figlio di Wildt a Milano. 
Collezione privata. Foto di Massimo Guastella



E, al contrario, qual è stato il momento che le ha dato maggiore soddisfazione durante la preparazione del progetto?


MG Nella capillare ricognizione che da oltre un anno e mezzo ho svolto - grazie alle giovani ricercatrici del laboratorio TASC (Territorio Arti Visive e Storia dell’Arte Contemporanea), del Dipartimento di Beni culturali, Università del Salento, a cui si sono aggiunti Andrea Antonio Moschetti e Daniela Rucco, allievi che collaborano attivamente col Tasc -, si è sondato anche in quel di Parigi (grazie a Rosanna Carrieri che ha svolto indagini nella capitale francese) tutto quello che era possibile ricercare; naturalmente, cogliendo l’opportunità che è stata quella di un collezionismo colto che quasi tutta la Puglia ha evidenziato, soprattutto nell'area tra Bari, Noci (borgo collinare (420 m s.l.m.) della Murgia barese, a metà strada tra Bari e Taranto, ndr) e la stessa Mola di Bari.


All'interno della parte ultimativa del progetto abbiamo individuato un'opera assolutamente inedita con una documentazione importante che lega il giovane Calvani in quel di Milano alla bottega di Adolf Wildt (qui) : il ritratto del padre con una bellissima lettera che ne documenta l'inizio della produzione. L’immagine del padre in bronzo ha i caratteri dello stile di Wildt e della sua bottega; difficile da attribuire a Calvani se non fosse testimoniato dalla lettera. Un bronzo straordinario che ci ha dato una grande soddisfazione.




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Bruno Calvani, Autoritratto giallo, 1966, china acquerellata su carta, 
Milano, Collezione Pisapia. Foto di Marco Mignani.


Qual è l’importanza del disegno in Calvani?

MG Nel riordinare il progetto della mostra è saltato subito agli occhi di tutto il gruppo delle ricercatrici che mi hanno affiancato quanto il disegno per Calvani non fosse solo un momento per abbozzare su carta l’idea, ma avesse un valore in sé anche dal punto di vista della grafica e dell'attività incisoria. .Questo è uno dei nuovi spunti interpretativi che bisogna dare alla produzione di Calvani.


Talvolta i disegni sono opere d'arte compiute, questo accade molto spesso nella produzione artistica del Novecento. Ci sono alcuni disegni che sono di tutta rilevanza e questo lo abbiamo voluto esplicitare nella mostra e, di conseguenza, anche nel catalogo; infatti c'è un saggio di Erika Presicce specifico sul disegno. D'altro canto, devo dire che lo abbiamo fatto anche per la pittura, c'è un contributo di Alessia Brescia dedicato alla produzione pittorica, su cui bisogna lavorare ancora tanto.



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Bruno Calvani, Arlecchino, scultura a tutto tondo in ceramica smaltata, 
già collezione Maria Giulia Fazzini, Melzo. Foto di Marco Mignani



Abbiamo alcuni punti di domanda da sciogliere e naturalmente bisognerà lavorare con altri affondi di indagine storico-artistica e critica.

Non ultimo vorrei ricordare che abbiamo fatto un cenno anche alla produzione ceramica e di piatti, mai indicata nella critica precedente, quindi nella storia critica dell'artista e questo è un primo punto di partenza come chiave interpretativa dell'intera produzione per leggere integralmente la personalità artistica di Bruno Calvani. E infatti Cristina Sergi ha scritto un primo articolo sulla sua inedita produzione di ceramica.



Copertina del catalogo, Sfera Edizioni/Bari, in vendita in mostra.



Nel catalogo lei affronta il tema dell'oblio che ha avvolto Bruno Calvani dopo la sua scomparsa. Da cosa è dipeso, secondo lei, questo lungo periodo di silenzio?


MG Dopo la morte dell'artista, la scomparsa della moglie prima e della figlia poi non hanno consentito di seguire le fortune post mortem della sua produzione. In genere, gli archivi degli artisti sono affidati quasi sempre agli eredi che promuovono, divulgano le produzioni di queste personalità; ma per Bruno Calvani così non è avvenuto, purtroppo. Invece, dobbiamo a un collezionismo, talvolta anche di natura amicale, anche competente, il sostegno nei decenni alla memoria dell’artista. Dopodiché, disperdendosi in tanti rivoli, questi collezionisti, spesso non parlandosi fra di loro, non hanno aiutato a mettere in evidenza organicamente Bruno Calvani nonostante la sua fortuna iniziale, a livello di critica. Questo silenzio ha caratterizzato gli ultimi decenni. Speriamo questa mostra abbia posto non un punto d'arrivo ma piuttosto un punto di partenza come sempre dovrebbe essere.


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Marina, collezione Pisapia. 
Foto di Marco Mignani (non in mostra)


Quanto hanno inciso le radici pugliesi e, più in generale, la cultura dell'Italia meridionale nella ricerca artistica di Calvani?

MG Più in generale parlerei di una cultura mediterranea, credo che questo sia sicuramente un tratto importante della personalità artistica di Bruno Calvani e non sottovaluterei anche certa cultura romanica, propria di una stagione importante dell'area pugliese, più in generale dell'area barese e anche in quel di Mola, testimonianze del Romanico soprattutto plastico, scultoreo. Queste sono le radici iniziali e fondamentali della cultura di Bruno Calvani.


Ovviamente da qui ci sono stati gli sviluppi, che hanno significato un confronto diretto prima con gli ambienti romani, poi con la cultura di Wildt, la stessa capacità di assorbimento, di riflessione, di confronto con la cultura artistica parigina dalla fine degli Anni Venti a tutti gli Anni Trenta. Sono stati anche altri gli aspetti sicuramente importanti che si sono andati a riannodare con quelle basi di cultura mediterranea che stanno alla fonte della sua arte.


Si può dire che Calvani, nonostante sembri guardare all'antico, sia moderno?


MG Bruno Calvani non sembra solo guardare l'antico, lui guarda l'antico e lui studia l'antico ma è proprio tipico di una stagione, quella compresa tra gli Anni Venti, Trenta e Quaranta nel grande dibattito avanguardistico e post-avanguardistico in Europa, in cui la cultura della tradizione, la scultura di figura o la figura in generale tornano negli interessi degli artisti, pensiamo al rappel à l'ordre francese di Jean Cocteau (qui) e André Derain (qui).


Ed è in questa attenzione dell'antico che si cerca una nuova lingua di modernità, che sappia essere al tempo stesso contemporanea senza perdere la continuità con la grande arte del passato. Vi è un passaggio di un'intervista che abbiamo inserito nel catalogo, che ho citato nel mio saggio, nella quale chiedono a Calvani di parlare di questo suo rapporto con l'arte classica e lui dice una cosa estremamente interessante: non si sente un classico perché la cultura classica di fatto è già un canone, quindi un punto d'arrivo che diventa in qualche modo standardizzato. Calvani si sente un artista preclassico, perché questo per lui ha significato essere un artista che sta ricercando una linea stilistica e linguistica, che gli consente sempre di progredire e mai di fermarsi, cristallizzarsi. Questo, sicuramente, dà quella vibrazione di modernità alla sua produzione, pur fortemente rivolta nello sguardo sul passato.


Anche lo stesso titolo della mostra La luce sull'antico rimanda a un'intervista televisiva regionale nella quale lui risponde che mentre la scultura classica greca aveva una sua produzione interessante, lui vi aveva aggiunto una luce a quella scultura antica.


Al di là dell'artista, quale aspetto della figura umana di Bruno Calvani l'ha colpita maggiormente?

MG Quando non si è avuta una frequentazione diretta con artisti scomparsi da tempo, gli aspetti umani si possono cogliere da testimonianze indirette o anche da più vicine. Ricordo in particolare un articolo del suo gallerista Grossetti, che parlava di un artista che non si era saputo promuovere o pubblicizzare, diversamente da due artisti quali Picasso o Manzù. Oltre a questo, l'altro aspetto che mi ha interessato è una sua singolare considerazione che emerge da un'intervista degli Anni Sessanta, in cui sosteneva che gli artisti non dovevano insegnare, perché si sarebbero appiattiti nella ricerca dello scatto stipendiale.

Ha qualcosa di interessante, dopodiché, probabilmente, anche lui deve aver sofferto dopo i 70 anni di non aver avuto una pensione.


Altre sfaccettature si colgono nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto o di chi lo ha frequentato: questo è un elemento peculiare che nel catalogo è stato tenuto nella massima considerazione, poiché ho voluto che scrivessero alcune personalità, alcuni intellettuali del territorio che avevano conosciuto direttamente Calvani o altri che avevano frequentato, perlomeno, la moglie o la figliola.


Infine, c'è una testimonianza che mi è molto piaciuta dell'uomo, e che in qualche modo evoca questo suo trascorso parigino: pare che lui, a qualsiasi ora del giorno, fermandosi al bar con gli amici ordinasse un Pernod o un Pastis, tipici liquori francesi.



Foto di Cooperativa Armida


Quale messaggio o riflessione vorrebbe che il pubblico portasse con sé dopo aver visitato la mostra?

MG La mia impressione è che il pubblico, e lo vediamo anche dalle testimonianze non solo orali ma anche scritte sul libro dei visitatori, stia portando via con sé tanti insegnamenti, soprattutto nella scoperta di questo artista, a contatto diretto con la sua opera. Grazie alla produzione del catalogo di Sfera Edizioni, si è voluto proporre il confronto delle sue opere con il dibattito artistico nazionale e internazionale,


Una cosa da sottolineare è che dal giorno dopo l'inaugurazione, ancora oggi, giungono dei visitatori che per un motivo o per un altro sono stati piccoli collezionisti di Bruno Calvani o hanno portato dei ricordi personali dell'artista e della sua famiglia.


Quei visitatori ci hanno dato spunti per proseguire le ricerche e le interpretazioni dell'opera di Bruno Calvani, che - in qualche modo - stiamo consegnando tanto alla comunità quanto al mondo scientifico.


Per questa mostra vale proprio il detto "l'unione fa la forza". Chi ci tiene a ringraziare?


MG Desidero esprimere un sincero ringraziamento a quanti hanno reso possibile la realizzazione di questa mostra, un progetto che rappresenta una vera sfida culturale perché fondato sulla ricerca storico-artistica e sulla volontà di restituire al pubblico la figura di Bruno Calvani. Un particolare riconoscimento va al Comune di Mola di Bari e, in particolare, al sindaco Giuseppe Colonna e all'assessore alla Cultura Angelo Rotolo, che hanno avuto il coraggio e la sensibilità di sostenere un'iniziativa di questo respiro, scegliendo di investire in una mostra di ricerca e di valorizzazione della memoria artistica del territorio. La mia gratitudine va inoltre alla Cooperativa Armida (qui), ideatrice del progetto, e in particolare a Carlo Mansueto e Lella Lestingi, autentici motori di questa iniziativa, che hanno curato con passione, competenza e dedizione l'organizzazione dell'intero percorso espositivo e il suo progetto culturale.

Un ringraziamento è rivolto anche alla Regione Puglia e a Puglia Culture per il prezioso sostegno, nonché alla Città Metropolitana di Bari e ai Poli Biblio-Museali di Bari per il patrocinio accordato. Infine, questa mostra nasce anche dall'impegno e dalla partecipazione del Comitato per Palazzo Roberti e di tanti cittadini che, con convinzione, hanno sostenuto il valore di un progetto capace di restituire alla comunità un importante tassello della propria storia culturale..


Info pratiche

Come arrivare: Mola di Bari dista da Bari circa 21 chilometri. In auto si impiegano in media 20-25 minuti. Un'altra opzione è il treno regionale da Bari Centrale a Mola di Bari, che copre la tratta in 15-20 minuti.

Orari
La mostra è aperta dal martedì al venerdì dalle 10 alle 13, sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20.

Su prenotazione e per gruppi di almeno 10 persone possibili anche visite guidate.

Costo biglietto 3 euro.

La biglietteria chiude 30 minuti prima dell'ultimo orario.

Contatti
Per ulteriori informazioni e prenotazioni: cooparmida@gmail.it - 3384627887

mercoledì 28 ottobre 2020

Disegnare per conoscere



Caro liriodendro,
le tue foglie mi hanno affascinato da sempre. In questi giorni le osservo, scoprendo quanto siano cangianti nei colori. Ti stai arrossando pian piano, e le fronde verdi lasciano spazio a colori caldi, quali giallo e arancio caki. Oggi ho provato a chiedere ad Andrea di osservare qualche tua foglia caduta che ho raccolto, insieme ad altre di quercia. In tantissimi sostengono caldamente il disegno dal vivo quale strumento di conoscenza. Solo allora, aiutati magari da alcune domande, si può esplorare a tutto tondo.
Proveremo ancora altre volte. E ogni domanda porterà a nuove esplorazioni.





 Settimana scorsa siamo partiti dal frutto della maclura.