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mercoledì 26 febbraio 2025

Rigenerarsi


Dopo aver ascoltato quanto il verde dia benessere, settimana scorsa, oggi l'ho provato ancora una volta sulla mia pelle. Per rigenerarmi, ho fatto una passeggiata al Parco Monte Stella. Complice il sole, che faceva specchiare gli alberi nelle pozzanghere rimaste.




Ho trovato un sacco di fiori. Le amate violette, che amano le radure in ombra, a volte singole, a volte a grappoli. Ps: il profumo della violetta è delicato, bisogna avvicinare il naso e mettersi in ascolto E allora eccolo...



Ancora tantissimi fiori (come il favagello, sopra) e fiorellini che hanno colorato i prati verdi. 

Ascoltare cince varie mi ha fatto pensare a quanto questi canti siano parte del mio patrimonio e paesaggio sonoro sin dall'infanzia. Quando le ascolto insieme a fringuelli e pettirossi sto meglio. 



E mentre ero assorta mi sono sentita osservata. Era uno scoiattolo grigio vicinissimo. Pronti via, è scappato in un battibaleno. Altri, forse giovani, giocavano a rincorrersi tra gli alberi.




Infine ho trovato una chiocciola talmente piccola che non l'avrei vista. Stavo infatti osservando un frutto aperto dell'albero delle lanterne cinesi e lei era lì. Piccola e perfetta, anche mimetica. Infatti ogni luogo può essere casa, per questa chiocciola, anche il fragile frutto.



E che dire dei lombrichi? Sollevando mattoni o grandi sassi ci si può imbattere in questi anellidi che disturbati dalla luce improvvisa, iniziano a contorcersi, accorciandosi e allungandosi, e cercano di infilarsi di nuovo sotto terra. Loro sono i maggiori produttori di humus del pianeta quindi rispettiamoli sempre (e ringraziamoli!).

PS: Durante una pioggia battente, la scorta di ossigeno presente si esaurisce rapidamente. Questo è uno dei motivi per cui, dopo un acquazzone, i lombrichi salgono in superficie: se non escono a respirare, soffocano.



Infine, gli scolitidi, che artisti!


giovedì 19 dicembre 2024

Noi Kodama di Bimba Landmann, Camelozampa

 

Chi si è abituato alla trilogia pubblicata da Camelozampa di Bimba Landmann (qui,  ne ho parlato), rimarrà sorpreso dal piccolo formato di “Noi Kodama”  (qui)  perfetto per questa storia, una storia che si sviluppa durante un anno a partire da gennaio. 




Quando si apre il libro si compie un vero e proprio viaggio immersi in un mondo particolare, incontrando delle creature collegate al bosco. Infatti, un kodama (木魂?), nella tradizione giapponese, è uno spirito che risiede in alcuni alberi, paragonabile alle driadi (ninfe greche degli alberi). Un’atmosfera magica, che a me ha fatto ricordare e provare emozioni simili a quelle che ho vissuto vedendo il film Totoro di Miyazaki (anche se ho scoperto che i kodama compaiono in un altro film di questo autore giapponese: la principessa Mononoke) o quando ho letto i fumetti di Hilda, in cui apparivano magiche creature che solo questa bambina selvatica, dai capelli azzurri, (non è una bellissima coincidenza che il colore preferito di Bimba Landmann sia proprio l’azzurro?) poteva vedere (ne ho parlato qui).




L'amore per la natura dell'autrice è grande e palese in tutti i dettagli dell'opera e riesce a catturare le emozioni più intense di chi sta a contatto con la natura con la N maiuscola spesso e in una vera e propria connessione. Difatti, è una vera celebrazione della Natura quella che avviene in questo libro piccolo, ma ricco di messaggi ecologici e di amore per quello che è il fondamento della nostra vita. Attraverso queste creature, l'autrice ci porta a riflettere e a scoprire quello che c'è in una foresta o in un piccolo bosco, a comprendere quello che spesso con parole difficili i bambini devono studiare nei libri di scuola senza arrivare a percepirne spesso la vera essenza (esempio: come è fatta una foglia? Quali sono le sue funzioni? “). 


Questi inviti e questi messaggi arrivano dritti al cuore e alle nostre emozioni con parole e frasi poetiche e colori che riescono a toccarci nelle corde più profonde.



Per esempio, nello scrivere: “ tutti gli esseri delle foreste hanno un unico cuore”, c'è un pensiero molto profondo - e di solito difficile da comprendere-, ma qui sintetizzato perfettamente, ovvero ogni essere è connesso all'altro attraverso un sistema complesso di relazioni e senza un solo essere vivente tutti gli altri subiscono delle ripercussioni potenti: di fatto gli ecosistemi sono fragili e hanno bisogno di tutti gli elementi che li compongono per poter funzionare (la prima causa di perdita di biodiversità è proprio la distruzione degli ecosistemi secondo l’Unione Europea).


Questo è solo uno dei tanti messaggi potenti di difesa della Natura, in relazione a quello che sta succedendo da diverso tempo (di cui l’Uomo è direttamente responsabile): ma l’autrice arriva a toccare questi argomenti con un tono sempre delicato, com’è il suo modo anche di dipingere, facendoci scoprire quello che stiamo perdendo (solo se si conosce e apprezza qualcosa poi si può cercare di conservarlo e tutelarlo e lottare per esso).


Un inno potente di amore e di rispetto verso i boschi e le foreste, che vanno protetti perché non solo sono essenziali per la nostra sopravvivenza, ma stanno donarci anche quel benessere e quella serenità che abbiamo perso nella nostra quotidianità; questo viene “declinato” in un modo molto semplice ma efficace sia nelle parole scelte dall'autrice sia nelle immagini che in alcune pagine, quando non ci sono i Kodama, sono parti particolarmente suggestive.




Nel libro si trovano anche alcuni inviti a omaggiare il bosco e le sue creature in alcuni periodi dell’anno (es. “celebrare il buio nelle brevi giornate invernali”,

“svuotare i pensieri quando arriva qualcosa che scombussola come il vento,

“ascoltare nel silenzio quello che succede”, ovvero fare attenzione alle piccole cose che possono passare inosservate a chi non ha occhi e orecchie abituate per notarle)

o a realizzare piccoli piccoli strumenti con i doni che si possono trovare in giro. 


Sì tratta, quindi, di un’opera al tempo stesso poetica e pratica, un invito a osservare da vicino quello che succede intorno, non importa se si tratti di una foresta antica o di un piccolo vaso pieno di piante. L’autrice ci sollecita a recuperare alcuni “riti” che per i nostri nonni o bisnonni erano naturali: seguire il ciclo delle stagioni, recuperare un contatto più forte con gli elementi naturali. Quest’invito arriva ai bambini in un modo molto forte attraverso i Kodama, delle creature magiche che possono catturare la loro attenzione e al tempo stesso trasportarli ancora di più in un mondo che, quando sono piccoli, è a loro molto affine, ma dal quale a volte sono distaccati non per loro volontà. Infatti, se accompagnato da un adulto, come diceva Rachel Carson, un bambino può stabilire un legame di affinità elettiva con la natura che gli rimarrà dentro tutta la vita e che forse lo spingerà a difenderla quando sarà adulto. Per questo ci vogliono esperienze - e storie emozionanti aggiungo io - che rimangano impresse, come questa. Una storia che può essere anche impiegata dagli adulti per mettersi in ascolto insieme ai bambini e alle bambine di quelle che sono alcune de delle occasioni più emozionanti che si possono sperimentare come, ad esempio, aspettare che una pianta germogli o fiorisca, poter vedere il bagliore delle lucciole nelle notti estive o contemplare le stelle, sdraiati e accolti dall’immensità degli alberi, o riuscire a percepire che le piante sono degli esseri viventi come noi.


In Giappone, nel villaggio di Mitsune, nell'isola di Hachijo-jima, c'è ancora un festival annuale dedicato ai Kodama, durante il quale si chiede perdono per gli alberi tagliati. Inoltre, vedere un kodama è reputato un buon auspicio perché significa che il luogo è vitale e pieno di energia positiva. Ringrazio,quindi, l’autrice perché con questa sua opera vuole metterci in contatto con queste creature, lanciandoci un bellissimo augurio: quello di ritrovare quella connessione con la natura che manca e che porta benessere a ciascuno di noi e all’intero Pianeta.

PS: il bello di avere un blog è che si può aggiornarlo.




Qui trovate la lettura di Alessia Canducci sul suo canale youtube


lunedì 5 aprile 2021

Riflessioni sulla gioia, sulla felicità e sul benessere



Istruzioni per l’uso della gioia 

La gioia non è un risultato,
un fatto, una cosa, un luogo.
La gioia crea spazio, scioglie,
fa il vuoto.
Per conservare la gioia non serve
un barattolo, ma un patto,
devi decidere che la gioia
è la strada della tua vita.
Dunque non cercare la gioia
successiva, sappi che te ne basta una,
una qualsiasi. Ecco, tienila, considera
che è la tua casa.
Il dolore arriverà, ma intanto sappi
che la gioia scioglie nodi
e questo non potrà farlo
l’uragano del dolore, il dolore
ti schiaccia, ti zavorra,
ti fa un mendicante di pesi,
mentre la gioia conosce solo l’alfabeto
della leggerezza.
Non pensarla la gioia, sentila,
è una fioritura nella carne,
è il maggio delle ossa,
l’aprile degli occhi

Franco Arminio

Il paesologo Franco Arminio (qui) ci ha donato una poesia di rara bellezza e intensità. Spesse volte mi sono chiesta cosa sia la gioia e come "tenerla".

Già oggi questa parola era arrivata a me attraverso un dialogo con Andrea, che mi ha chiesto cosa avessi provato dopo avere fatto il grounding. Questa tecnica, che ho iniziato a praticare grazie a Christian Mancini, che ne ha parlato nel gruppo facebook Outdoor Education Italia - Educazione e scuola all'aperto (quida lui creato, è "un insieme di pratiche per radicarsi e connettersi alla natura. Per recuperare la #biofilia da adulto è necessario affidarsi ad esperienze di chi lavora da anni nel selvatico" (facendo riferimento a questo articolo qui che parla dei benefici provato dal contatto dei piedi nudi con la terra). 

Tornando al dialogo con Andrea, il mio saggio decenne mi ha detto "L'ultima volta che l'ho praticato avevo i piedi felici". Dunque non gioia ma felicità: la prima nel dizionario viene definita come "Stato o motivo di viva, completa, incontenibile soddisfazione", la seconda come un suo sinonimo. Anche se per Spinoza “La gioia segna il passaggio da un momento felice a una perfezione o realtà superiore”. ... La gioia è contagiosa mentre la felicità è un sentimento personale; quando ci rivolgiamo con atteggiamento gioioso verso il prossimo, si viene ripagati perché la vera felicità è donare gioia agli altri". In effetti la felicità è uno stato d'animo (sentimento) positivo "di chi ritiene soddisfatti i propri desideri". L'etimologia fa derivare felicità da: felicitas, deriv. felix-icis, "felice", la cui radice "fe-" significa abbondanza, ricchezza, prosperità.
L'etimologia di gioia deriva invece dal francese joie, che viene dal latino gaudia, plurale di gaudium 'gioia, godimento', a sua volta da gaudère 'godere.




Posso dunque dire che in questi giorni di connessione con la Natura in maniera profonda e continuativa il mio stato di benessere è sicuramente aumentato. Non so se riuscirò ad arrivare alla gioia, ma posso sempre cercare di ricercare questo stato, nonostante, appunto, il dolore e le preoccupazioni quotidiane.

So di certo che immergermi nei boschi, veder apparire ieri all'improvviso un capriolo, scoprire le fioriture, toccare i petali, annusare le erbe selvatiche, arrampicarmi sui tronchi di alberi morti mi fa raccogliere una serie di scorte per il futuro. 



Del resto anche la parola benessere è per l'OMS è associata a salute ovvero è “il raggiungimento, da parte di tutte le popolazioni, del più alto livello possibile di salute", definita come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. Insomma uno stato legato alla qualità della vita.



Posso dire che per me queste parole sono collegate anche alla sensazione di leggerezza che provo quando mi immergo nel verde, quando sto nel qui e ora, godendomi l'attimo, il famoso "carpe diem" di Orazio, a me sempre caro. Osservare la vita scorrere e immaginare, come in questa foto, gli alberi danzare con me.