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martedì 21 ottobre 2025

Giuseppe Barbiero parla di Biofilia al convegno "Educazione all'aperto" di Verbania



Alcune parole andrebbero custodite e condivise ogni giorno, e dovrebbero sempre più entrare nel linguaggio quotidiano. Una di queste è biofilia. La si "incontra" ascoltando e osservando i bambini mentre scoprono il mondo. È lì, nel loro modo di incuriosirsi di una semplice chiocciola o di meravigliarsi davanti a un seme che germoglia. È una parola che parla di un "legame antico", quello tra l’essere umano e la vita che lo circonda.


Il biologo Giuseppe Barbiero, docente di Biologia ed Ecopsicologia, direttore del Laboratorio di Ecologia Affettiva - Università della Valle d’Aosta, l’ha raccontata come la nostra più grande eredità evolutiva, con semplicità e rigore, all’incontro “Educazione all’aperto – Creare connessioni tra il dentro e il fuori” che si è tenuto sabato scorso a Verbania (qui), organizzato dal Coordinamento pedagogico territoriale, distretto VCO, a cura di Daniela Reali, direttrice dei nidi comunali e Andrea Rolllini, coordinatore pedagogico distretto VCO-1.

Studiare la vita ha portato, passo dopo passo, Barbiero a interrogarsi su cosa significhi davvero prendersene cura. Non solo dal punto di vista scientifico, ma umano. Come ha raccontato, è stato il diventare padre a farlo interessare a questo campo di studi. A partire dalla parola greca storgé: l’amore che unisce genitore e figlio, l’amore che si prende cura.

Questo sentimento, apparso con gli animali a sangue caldo (uccelli e mammiferi), ha reso possibile la sopravvivenza delle specie. Ma solo nell’uomo - Homo sapiens - la storgé è diventata qualcosa di più grande: la capacità di prendersi cura non solo dei propri figli, ma anche di tutte le forme di vita.

"È qui che la storgé diventa filìa, un amore che si allarga, che abbraccia". E questa è la radice della biofilia.

Il termine fu introdotto da Erich Fromm, psicologo tedesco sopravvissuto alla Shoah, che cercò di capire come l’umanità potesse arrivare a tanta distruzione. Fromm capì che dentro ogni persona convive una tensione: da una parte la necrofilia, amore per la morte, dall’altra la biofilia, tendenza naturale a conservare e promuovere la vita. Siamo tutti nati biofili, scriveva, ma la società e il contesto in cui viviamo e cresciamo possono "spegnere" questa fiamma o alimentarla. L’educazione, dunque, è il terreno dove la biofilia può crescere.

Da qui le quattro caratteristiche che definiscono la personalità biofila: cura, responsabilità, rispetto e conoscenza. Chi è biofilo si prende cura della crescita dell’altro, risponde ai suoi bisogni, rispetta la sua autonomia e desidera conoscerlo. È ciò che fa ogni giorno un’educatrice quando abbraccia, ascolta, accompagna un bambino nel suo cammino. È la stessa spinta che ci porta a innaffiare una pianta, ad accarezzare un cane, a salvare un insetto. Gesti piccoli, ma che raccontano il legame profondo tra vita e vita.

Vent’anni dopo Fromm, il biologo Edward O. Wilson diede alla biofilia una base evolutiva. Per lui, l’amore per la vita è una tendenza innata, frutto della selezione naturale: i nostri antenati sopravvivevano cercando rifugi sicuri, acqua, cibo, e imparando a riconoscere gli altri esseri viventi. La biofilia è un istinto, una predisposizione che ha bisogno di essere coltivata — proprio come una lingua che impariamo solo se qualcuno ci parla. Senza esperienze dirette di contatto con la Natura, questa capacità resta silente.

Barbiero ha sottolineato come i bambini manifestino la biofilia spontaneamente: si avvicinano a un coniglietto con curiosità e tenerezza, ma si allontanano da un’ape o da un serpente con timore. Come mai? La biofilia e la biofobia, sono entrambe innate e utili: l’una ci apre al legame (es. amare il coniglio, che essendo una "preda" è innocuo), l’altra ci protegge dal pericolo (es. da ragni, scorpioni o serpenti). Così la Natura ha insegnato ai piccoli sapiens sotto i due anni a sopravvivere.

Nella ricerca correlata all'educazione all’aperto — come gli asili studiati da Barbiero — questa connessione si rivela con chiarezza. Basta introdurre un piccolo animale o una pianta in una stanza per vedere i bambini concentrare l’attenzione, modulare la voce, rallentare i gesti. È come se la presenza del vivente risvegliasse in loro una memoria antica, la consapevolezza di far parte di un tutto.

E qui la biofilia si fa educazione: imparare a conoscere, a rispettare, a prendersi cura. Educare alla biofilia significa educare all’empatia, alla cooperazione, alla pace. Se ci prendessimo davvero cura gli uni degli altri — dice Barbiero — i conflitti verrebbero meno, perché la vita riconoscerebbe sé stessa nell’altro.

Nell’epoca in cui l’umanità abita sempre più lontana dalla Natura, riscoprire la biofilia è un atto di resistenza e di speranza. È ricordare che siamo una specie giovane abbiamo appena 300.000 anni. (rispetto, per esempio, agli squali che esistono da 380 milioni di anni, quelli sì, sono una specie antica o ai carciofi, che esistono da 250 milioni di anni), ancora inesperta, ma con una straordinaria possibilità: prenderci cura della vita in tutte le sue forme.

E forse è proprio questo, oggi, il compito più urgente: accompagnare i bambini — e noi stessi — a tornare ad amare la vita, a sentirla come parte di noi.
Questa è solo una sintesi di quanto ha raccontato Barbiero. Chi volesse approfondire l'argomento può leggere alcuni suoi libri, in particolare "
Introduzione alla biofilia. La relazione con la natura tra genetica e psicologia. Nuova edizione" Carocci editore (qui)

lunedì 24 marzo 2025

La ferita di Emma AdBåge, Camelozampa

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La ferita di Emma AdBåge, Camelozampa (traduzione di Samanta K. Milton Knowles), edito grazie al programma europeo Reading Diversity (qui) è un altro piccolo grande capolavoro dell'autrice e illustratrice svedese, tanto da meritarsi il White Ravens 2023 (il suo libro è stato scelto dalla Jugendbibliothek di Monaco, insieme a molti altri qui nella lista, per l'alto livello qualitativo, letterario e artistico, per stili e approcci innovativi, in grado di creare nuovi impulsi e nuove visioni).  Anche 𝐕𝐢𝐧𝐜𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 del 𝐒𝐧𝐨̈𝐛𝐨𝐥𝐥𝐞𝐧 𝐀𝐰𝐚𝐫𝐝 𝐞 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 all'𝐀𝐮𝐠𝐮𝐬𝐭 𝐏𝐫𝐢𝐳𝐞.

Dopo La Natura (qui) e la Buca (di cui non ho ancora avuto modo di parlare ma ci arriverò), ecco un altro racconto che ha al centro bambini e bambine che giocano "con il nulla" (mi verrebbe da dire), liberi, senza il controllo incessante degli adulti.

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Tutto inizia con un gruppetto di bambini che si rincorrono intorno a un tavolo da ping pong visto che le racchette sono disperse. A un certo punto il protagonista - in piedi sul tavolo - finisce dritto per terra. 

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Appena si sente il botto un capannello di bambine e bambini di tutte le età si raduna intorno e si sente esclamare "esce del sangue!". Dopo lo spavento, la folla, con l'adrenalina che sale il dolore inizia a farsi sentire e Jarmo (da noi sarebbe una sorta di bidello/custode) porta il bambino dagli insegnanti.

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Qui viene descritto con tutta la cura ed empatia possibile il momento in cui il protagonista viene disinfettato e incerottato. "Era il cerotto più grande di tutta la mia vita" racconta il protagonista attirando di nuovo l'attenzione dei compagni e delle compagne.

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Intorno a un fatto che può sembrare "banale" o "quotidiano" l'autrice cuce sapientemente una storia che parla di cura, empatia, curiosità e affetto. Un bambino che si fa male, grande o piccola che sia la sua ferita, vive questo evento come un accadimento enorme: il cuore batte forte, il sangue ancora sul cemento... insomma ci racconta di come questi momenti per i più piccoli siano importanti sia per la crescita, sia per la consapevolezza di sé, sia per affrontare ogni fatica (anche fisica) e dunque occorre lasciar trascorrere tutte le fasi connesse. Dallo smarrimento al dolore, dal pianto all'accudimento e ancora il racconto che consente di tirar fuori le emozioni e mettersi in dialogo con gli altri.

E l'autrice va oltre: ci racconta come un adulto che osserva quello che accade a un bambino può, a scuola, stravolgere la giornata e trasformarla in un evento educativo e trasversale che interessa tutte le materie: a matematica si contano le ferite, ad arte si colorano con le matite rosse, si scrivono parole e poesie.


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Anche i compagni non sono da meno e quello che si è ferito diventa per una giornata il protagonista, "servito e riverito" (in senso buono) per non sentirsi a disagio.

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La ferita ha bisogno di tempo per guarire: prima c'è il cerotto, poi si forma la crosta - che indica la ferita - poi anche quella scompare ma rimane la cicatrice.

Quanto hanno bisogno, sempre, i bambini e le bambine, di poter percorrere insieme queste fasi e affrontarle con qualcuno che stia loro accanto?

Il testo sembra scritto da un bambino quindi il lettore ci si immedesima istantaneamente. Quanto alle illustrazioni: beh sono anche loro particolarissime e sembrano essere disegnate da un bambino, con tutti i dettagli che loro mettono quando raccontano qualcosa di straordinario.

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Nella dedica l'autrice mi ha scritto questo. In fondo, gli autori più grandi sono quelli che sanno trovare la loro parte bambina e metterla a disposizione per creare questo tipo di capolavori.

Lo avete già letto con i bambini e le bambine? Cosa vi hanno raccontato? Sarei curiosa di leggerlo nei commenti, se avrete voglia. Del resto questa è la parte più bella della relazione con loro.


PS Il programma europeo Reading Diversity, a cui partecipa la casa editrice Camelozampa, ha come obiettivo quello di incrementare la circolazione transnazionale della letteratura europea, con particolare attenzione alle lingue meno diffuse come il danese, l'olandese, l'estone, il greco, il norvegese e lo svedese. 
Qui in alto il video della presentazione alla Bologna Children's Book Fair del 2024.

giovedì 13 dicembre 2018

"Sogni con la coda", di Chiara Lorenzoni e Sonia MariaLuce Possentini, Lapis edizioni


Se avete un bambino o una bambina che ama gli animali, mi permetto di consigliare come regalo di Natale questo libro: "Sogni con la coda", di Chiara Lorenzoni e Sonia MariaLuce Possentini, uscito due anni fa per Lapis edizioni (qui la pagina facebook).

A parte le illustrazioni portentose e magiche di Sonia MariaLuce Possentini, premio Andersen per l'illustrazione nel 2017, le storie raccontate da Chiara Lorenzoni sono struggenti e invito chiunque a non rimanerne conquistato. Naturalmente, come ogni albo illustrato che funziona a meraviglia, illustrazioni e parole si fondono e si completano a vicenda lasciandoci a bocca aperta, pronti a sfogliare una pagina dopo l'altra.


Ecco che ci ritroviamo a scoprire le storie di Nina, Rollo, Teo, Lambru, Aramìs, Zak, Frida, Zoe, Killer, Ruben (l'unico a conquistarsi ben due pagine)...  sinceramente non si può scegliere tra tutti questi cani così diversi tra loro ma con lo stesso desiderio: quello di avere accanto qualcuno che dica loro "Staremo insieme per sempre". I bambini ci si ritrovano in queste storie, storie che lavorano sulla loro empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni degli altri.



E se esce un gridolino nel vedere la piccola Nina fare la nanna insieme ai fratellini, con i suoi sogni di latte, non si può non provare un pochino di tristezza per Rollo che pare avere tutto, ma è trattato un po' come un cane oggetto, un cane da salotto, mentre lui sogna di razzolare nel fango sporcandosi tutto (del resto, non capita così anche ai nostri bambini oggi giorno?).


Quello che mi ha impietosito di più, sarà per quegli occhi così languidi che dicono già tutto e che ti entrano dentro, fissando il cuore, o per aver già visto quello sguardo nel cane che ho avuto per quindici anni (Whisky, abbandonata due volte) è Teo.
La frase che mi ha colpita di più è "Teo non ha più un nome". In effetti, non avevo mai riflettuto così tanto sul fatto che i cani abbandonati perdono la loro identità e non sono più nessuno finché qualcuno non si accorge di loro. "Il cane senza nome sogna un nome tutto suo, nuovo di zecca, che profumi di casa". Leggendo queste pagine, su quante cose si può ragionare con un bambino? O che ripercussione possiamo avere noi adulti? Del resto questo si può metaforicamente riportare a noi uomini e a quello che succede agli orfani o ai bambini abbandonati.

E così il libro prosegue, portandoci altri esempi struggenti che ci fanno pensare a tante situazioni che accadono intorno a noi, e non solo ai cani, ma anche agli esseri umani.


Un albo dolcissimo, per niente lezioso o banale, ma ricco di parole e pensieri profondi e di illustrazioni così espressive, da guardare e riguardare. Noi ne siamo rimasti letteralmente conquistati. Poi, ho anche avuto la fortuna di avere una dedica speciale per i miei bambini da Sonia MariaLuce Possentini, che mi tengo stretta al cuore. Ora dovrò rincorrere e trovare anche l'autrice delle parole...