giovedì 14 gennaio 2016

Vivian Maier allo Spazio Forma Meravigli di Milano



Rimarrà aperta fino al 31 gennaio la mostra "Vivian Maier - Una fotografa ritrovata" presso lo Spazio Forma Meravigli, (n.5), a Milano. L'esposizione, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, è realizzata in collaborazione con diChroma Photography e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia, in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.


Centoventi fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8. Una mostra che ha visto la partecipazione di oltre mille persone il giorno della Befana e 1200 la domenica successiva. Tanto per dare qualche numero. Una mostra che appassiona tutti ma, da quel poco che ho potuto intuire durante la visita, soprattutto affascina il pubblico femminile, che trascina quello maschile...


Cosa mi ha incantato di più
Ognuno troverà quelli più affascinanti, ma tra gli scatti che ho avuto modo di osservare, alcuni mi hanno particolarmente colpita. Per prima (non per ordine di importanza), una foto scattata a New York nel 1953 che ritrae tre bambini con una carrozzina: il più piccolo, biondo, guarda in alto, la seconda, più grande sulle punte dei piedi, tenta faticosamente di infilare un materasso sulla carrozzina su cui è appoggiata anche una bambola, il terzo, a sinistra, porta uno zaino da cui penzola un cappotto che rasenta il bordo della strada.  Non so perché questa immagine mi ha riportato alla memoria al bellissimo silent book "Clown" di Quentin Blake (che ho avuto modo di vedere alla mostra Ibby al MUBA di cui ho parlato qui), in cui il pupazzo viene gettato nei rifiuti e prende vita, cercando di farsi degli amici; dopo una serie di peripezie e brutte avventure, alla fine riesce a trovarli in una famiglia povera in cui la sorella è costretta a tenere a bada al fratellino quando la mamma è al lavoro. Dopo aver aiutato i bambini a rigovernare la casa, i tre escono alla ricerca dei compagni abbandonati nel cassonetto e c'è una bellissima scena della carrozzina trascinata dalla bimba (qui potete vedere il link al libro e all'immagine a cui mi riferisco). Il finale è strappalacrime...

Per secondo uno scatto, con data e luogo sconosciuti, in cui c'è una fila di persone (in treno o più probabilmente in tram) che leggono il giornale. La foto ha un taglio dinamico - considerato anche che la Maier lavorava in formato quadrato, quindi per certi versi più difficile - in cui si vedono solo le teste delle persone, da dietro, e i giornali. Mi ha colpito pensando a cosa si troverebbe oggi a immortalare, forse una sfilza di persone concentrate al telefonino...


Per terza, la serie di autoscatti che sono piccoli capolavori: la Maier si è immortalata, sempre con lo stesso sguardo (ove compare), oserei dire "quasi privo di emozioni", sfruttando gli specchi (in particolare una vera opera d'arte è quella dove lo specchio è tondo e c'è un gioco di circolarità che porta quasi a una spirale che ti avvolge dentro la foto) anche per strada (in una foto si è inserita grazie a un riflesso tra una serie di quadri appesi in vetrina), i riflessi delle pozze d'acqua e, infine, la sua ombra!

New York, 10 settembre 1955, © Vivian Maier/Maloof Collection,
Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.
Per quarto - un soggetto sul quale ho avviato anche una mia ricerca personale - è relativo alle persone riprese da dietro, o di cui si coglie solo la parte posteriore, dal busto in giù. In particolare, mi ha colpita (c'è la cartolina!) l'immagine di una bimba tutta vestita di bianco, con le mani paffute, con la gonnellina un po' aperta, che tiene la gonna nera stretta a tubino della madre. Naturalmente c'è un gioco di contrasti notevole: il bianco e il nero, il corpo slanciato della donna e le fattezze più rotonde della piccola.

E ancora, che dire delle foto alle sciarpe di pelliccia di volpe con testa inclusa che andavano di moda in quegli anni (e gli sguardi altezzosi o accigliati di chi le portava)? O di un'elegante signora con il velo (vestita a lutto?) che sorride? Dell'aria triste di un bambino a una festa.... e di tutti gli sguardi intensi dei bambini, specie di quelli piangenti o accigliati?

Infine, la postura bizzarra della gente in spiaggia, una signora in mezzo alle onde con appresso la sua borsa di vimini, i bambini con le maschere, piegati a formare una sorta di triangolo, appoggiati con le maschere sulla spiaggia per osservare meglio (e il ricordo va a un altro libro - a me caro - senza parole, "Floatsam", di David Wiesner, qui un video).

Senza titolo, senza data © Vivian Maier/Maloof Collection,
Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.
Vivian Maier nei suoi scatti raccontava tutto: dai negozianti affacciati sul marciapiede alle donne in bigodini per strada, dalla povera gente ai bambini stanchi, tristi o sconvolti, presentandoci un altro lato, senza fronzoli e forse più sincero, dell'infanzia.

Il ricamo delle fronde degli alberi stagliate verso il cielo.


Infine, i suoi riflessi "alla Cartier Bresson".
Del resto Henri Cartier Bresson diceva che "Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l'immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale.
Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento.
È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore." E questo, Vivian Maier, è riuscita a farlo benissimo.

Florida, 7 aprile 1960 © Vivian Maier/Maloof Collection,
Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.
Una storia misteriosa venuta per caso alla ribalta
Ormai quasi tutti conoscono la storia. È il 2007 quando John Maloof, all’epoca agente immobiliare, con la passione per la fotografia, acquista durante un’asta (per 38 dollari!) parte dell’archivio della Maier (alcuni bauli pieni di negativi e altri oggetti) e si accorge subito del valore straordinario delle sue opere. Invano cerca di contattarla, solo nel 2009 trova l'annuncio della sua morte. La Maier era passata a miglior vita, indigente e sola, all'età di 83 anni senza riuscire a tenere fino all'ultimo il suo patrimonio, non solo fotografico (negativi, diapositive, stampe e rullini di pellicola non sviluppata, per un totale di 150mila scatti), ma anche fatto di vestiti sobri, scarpe scomode, cappelli (tanti!), scontrini; scampoli di vita che aveva minuziosamente conservato e messo in un deposito che, alla fine, è stato venduto.
E, per fortuna, ritrovato.

A partire dall'annuncio mortuario sul Chicago Tribune fatto pubblicare dalla famiglia Gensburg, Maloof si mise in contatto con i Gensburg e aprì un sito web e un blog, postando su Flickr chiedendo in rete a un gruppo di fotografi appassionati cosa farsene di quel patrimonio prezioso. Come spesso avviene sui social, il lavoro della Maier divenne presto virale.
La prima mostra fu inaugurata a Copenhagen, seguita da una seconda a Oslo nel 2010. Nel 2011 la svolta: la mostra presso il Chicago Cultural Center e quella successiva a New York suscitarono l'interesse dei Media. L'interesse per la Maier lievitò sempre più.

New York, 10 settembre 1955, © Vivian Maier/Maloof Collection,
Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.
Chi era costei?
Tata di mestiere, fotografa per vocazione, Vivian Maier non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex appesa al collo (pubblicizzata ai tempi come "la macchina  fotografica dei fotografi di successo", che rende poco visibili consentendo di avere una buona visuale del soggetto senza guardarlo e senza sollevarle l'apparecchio all'altezza dell'occhio). Una persona riservata e maniacale: nel video "Finding Vivian Maier"- in vendita anche alla mostra milanese - (qui trovate un'intervista al regista Charles Siskel) si cerca di scoprire la sua storia misteriosa. Non è ben chiaro se inizialmente volesse intraprendere la carriera di fotografa: John Maloof è andato anche in Francia e ha scoperto una corrispondenza tra la Maier e una persona che aveva uno studio fotografico che la convinse a non stampare le foto. Forse per questo continuò a mantenere il lavoro di tata, portando con sé i bambini che curava, come raccontano nel video, nelle strade di New York e, in seguito, di Chicago. Certo è che con il tempo la sua maniacalità e forse la frustrazione l'hanno resa più dura con il prossimo. Non aveva legami con nessuno, tranne che relazioni con i suoi datori di lavoro e i bambini a cui faceva da "nanny".

Secondo due articoli apparsi il 12 e 13 gennaio 2016 sul New York Times (prima parte e seconda parte), si pone in evidenza un'infanzia difficile, con un padre alcolizzato e un fratello finito in un reparto psichiatrico per schizofrenia. Nata a New York nel 1926, la Maier si è trovata a quattro anni a vivere con la madre separata e in seguito ha passato sei anni in Francia (nella cittadina medievale di Saint-Bonnet-en-Champsaur, in una regione alpina), ritornandoci due volte in età adulta.
Unica "nota positiva" nella sua prima giovinezza, la convivenza insieme alla madre nel Bronx con la fotografa Jeanne Bertrand, che ha potrebbe avere influenzato il suo lavoro. Infatti, le foto rivelano non solo la qualità innata di cogliere l'attimo, ma anche un sapiente uso del mezzo, con inquadrature e luci perfette. Una donna capace di catturare straordinari pezzi di vita delle persone e allo stesso tempo maniacale, soprattutto, molto riservata (tanto che una delle persone intervistate nel video, inconsapevole della sua attività di fotografa, ha sottolineato come la Maier chiedesse di avere un lucchetto nella propria stanza per non far entrare nessuno). 

"Sono una macchina fotografica dichiara il cartellone del Thaila, un cinema d'essai nell'Upper West Side di New York, in una fotografia scattata da Vivian nel 1959" (testo tratto dal Catalogo edito da Contrasto).

Le prime "apparizioni" nel nostro Paese
Quando ancora nessuno in Italia parlava della fotografa americana, nel 2012 la bresciana Galleria dell'Incisione di Chiara Padova Fasser (qui il sito internet), esponeva per la prima volta in Italia le sue opere con la mostra "Vivian Maier. Lo sguardo nascosto". In visione, una trentina di fotografie realizzate tra gli anni Cinquanta e Settanta (qui un interessante video in cui la gallerista racconta alcune curiosità sull'artista). Nel 2013 sul Corriere (qui il link) venivano invece pubblicati 15 autoscatti esposti alla Howard Greenberg Gallery di New York (alcuni dei quali visitabili alla mostra milanese). Prima di approdare a Milano la mostra è stata a Nuoro nel 2015 (qui un articolo sul Post, che già nel 2014 aveva scritto sulla visita di Baricco alla mostra di Tours, in Francia, qui).


"Vengo con la mia vita 
e la mia vita è raccolta in una serie di scatoloni"

Il catalogo edito da Contrasto
Nel testo introduttivo al catalogo, la scrittrice Laura Lipman fa riferimento ad altri due personaggi il cui lavoro rimanda a quello della Maier: Helen Lewit - morta per coincidenza lo stesso anno della Maier - "famosa per le sue immagini delle strade di New York" (qui una presentazione del suo lavoro, qui, qui alcuni video in rete); Henry Darger "artista sconosciuto i cui preziosi lavori furono scoperti in un appartamento di Chicago dopo la sua morte" (qui e qui potrete trovare alcuni riferimenti).

In effetti i due sono collegati da un filo rosso alla fotografa, la prima per le bellissime immagini di street art che ritraggono i bambini in strada, il secondo per la quantità di materiale accumulato nel suo appartamento. E inoltre, le due città, New York e Chicago, dove la fotografa è vissuta e ha fotografato.

Sempre la Lipman ci fa riflettere sulla consapevolezza che la Maier aveva del suo lavoro "Pensate a quegli scatoloni pieni del suo lavoro il cui numero aumentava in continuazione; allo sforzo necessario per spostarli da un luogo all'altro. Immaginate quelle fotografie, più di centomila. Se una foto vale più di mille parole, significa che la produzione della Maier raggiunse la cifra di cento milioni di parole. Mi si perdoni la banalità, ma una foto della Maier vale veramente mille parole. Ognuna di esse racconta una storia..." e continua "Gli autoritratti non fanno che rendere la Maier ancora più misteriosa; ci mostrano tutto senza rivelarci alcunché".
Infine, c'è una frase della scrittrice che ci lascia riflettere particolarmente "Le persone e i luoghi che ha fotografato erano sotto gli occhi di tutti, chiunque avrebbe potuto vederli. Ma bisogna essere in grado di vederli per poterli fotografare".

Nel catalogo (testo di Marvin Heiferman, a cura di Howard Greenbeerg) si raccontano i dettagli noti della sua vita, inquadrata nel periodo storico in cui è vissuta, dove a partire dagli anni Cinquanta, la fotografia stava acquisendo un ruolo centrale, come testimoniano riviste come Life o Look e la possibilità di visitare mostre in musei o gallerie. "La scelta del soggetto, la sofisticata composizione, e la sicurezza del lavoro di Vivian Maier, indicano che lei "vedeva" sul serio le fotografie che poi realizzava e scattare significava soprattutto creare immagini fotografiche". Più volte nel libro viene sottolineata la consapevolezza che la Maier aveva del suo lavoro. Infatti raccolse molte monografie di fotografi, dal britannico Cecil Beaton al tedesco Thomas Struth (interessante il suo lavoro negli anni Ottanta sulle "vite di famiglia" in cui si concentra sulle dinamiche relazionali e sociali).

Nel volume si scoprono anche alcune curiosità, "le caratteristiche non convenzionali dell'aspetto e del comportamento comprendevano anche il suo modo di parlare ed esprimersi", l'accento "forzato", "i vari pseudonimi adottati nel corso degli anni (tra cui il favorito era Miss V. Miss)." Si svela anche come cercasse di allargare gli orizzonti culturali dei suoi bambini, al di là delle attività di cura quotidiana richieste, come insegnare a preparare dei dolci, organizzare escursioni in parchi, spiagge o matinée domenicali al cinema. Gli stessi bambini venivano anche "trascinati" in quartieri degradati e negozi di seconda mano che frequentava.

La Maier collezionava di tutto, da foto autografate di personaggi famosi a cartoline, da figurine di baseball a bigiotteria, da spillette a francobolli, da accendini a calzascarpe. Inoltre, conservava meticolosamente articoli ritagliati sui più diversi argomenti, tra cui anche recensioni di mostre fotografiche.

Un brano del catalogo che mi ha colpito, e in cui mi ritrovo, è questo "Per coloro che vi si dedicano la fotografia diventa tanto un'impresa filosofica quanto un modo di vita. La ricerca di immagini possibili è un'esperienza speculativa e liberatoria, un'attività compulsiva che produce una presa di distanza dal mondo nel momento stesso in cui paradossalmente lo si contempla facendo del proprio meglio per entrarci in contatto. Nei fotografi, l'intensità di un tale impegno è un piacere che crea dipendenza".

Un'altra frase che fa pensare è la seguente "Maier archiviò le sue foto in buste, poi in scatoloni e bauli e infine in magazzini. Noi le conserviamo su schede, poi sul nostro disco rigido, infine sui cloud e anche noi come lei rischiamo di perdere il controllo delle nostre immagini. Maier accumulò fotografie. Anche noi, come lei, abbiamo poco tempo per riflettere, ammirare ed elaborare le nostre esperienze".

Naturalmente raccomando vivamente il catalogo, in offerta a un prezzo speciale in mostra, ove sono raccolte quasi tutte le foto in esposizione allo Spazio Forma Meravigli e altri scatti.

Per chi non fosse ancora stanco di scoprirla ecco altri approfondimenti video in inglese: qui, qui, qui, qui, qui, qui).



Info utili: social, bookshoop, visite guidate e laboratori per bambini
La mostra si trova allo Spazio Forma Meravigli, via Meravigli 5, tel. 02 58118067. Qui il link al sito e qui la pagina facebook. Al bookshop è possibile acquistare cartoline, catalogo e video.


C'è l'occasione di prenotare visite guidate per gruppi e, per i bambini (da 6 a 10 anni), di partecipare a laboratori coinvolgenti, il sabato dalle 10 alle 12 (12,00 euro). I prossimi sono il 16 gennaio (Strani collezionisti! Oggetti comuni per ritratti fuori dal comune) e il 30 gennaio (Foto da leggere Un laboratorio per scoprire cosa dicono le immagini). Info a: scuola@formafoto.it

Non mi resta che ringraziare Marta Fasser, che per prima mi ha regalato il primo libro di Vivian Maier qualche anno fa e fatto innamorare di questa fotografa che apprezzo molto.

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