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giovedì 17 marzo 2016

La porta di Anne, di Guia Risari, Mondadori editore

"La porta di Anne" della scrittrice Guia Risari, con le delicate illustrazioni di Arianna Floris (se cliccate sul nome trovate anche gli "studi" preparatori al libro), edito da Mondadori (qui la scheda, dove potete leggere anche il primo capitolo), racconta la storia dei conviventi di Anna Frank negli oltre due anni di "reclusione forzata" nell'alloggio segreto.

Il libro colpisce subito perché si entra nel vivo della quotidianità di ogni abitante della casa, con lo sguardo diverso di ogni protagonista. La scrittrice ha immaginato - dopo un'attenta ricostruzione e un lungo studio e approfondimento della vicenda - i pensieri e le azioni di queste otto persone la mattina prima dell'arresto, prima della deportazione nei campi di sterminio (ai quali è sopravvissuto solo il padre di Anna, Otto Frank). A questi otto sguardi si aggiunge quello dell'esecutore materiale dell'arresto.
Il libro contiene una prefazione in cui si spiegano le motivazioni che stanno alla base del libro e una postfazione in cui si riassumono tutte le organizzazioni che promuovono la memoria di questa vicenda; inoltre fornisce alcuni numeri (agghiaccianti) sullo sterminio avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale a opera delle SS, che ha riguardato non solo gli ebrei (6 milioni), ma anche rom e sinti (500mila), omosessuali (tra 10mila e 600mila), disabili (200mila).
La vicenda si svolge in Olanda, ad Amsterdam, dove i Frank si trasferiscono nel 1933 da Francoforte e dove 5 anni dopo Otto Frank fonda l'azienda Pectacon, dche diventerà la sede dell'Alloggio Segreto (nel libro si spiega tutta la vicenda e si mostra anche la planimetria per avere una migliore idea).

A uno a uno Guia Risari ci presenta i personaggi e i loro pensieri, facendoci entrare nella casa e scoprire i sentimenti più intimi. Peter Van Pels: è il ragazzo vedetta dell'Alloggio,  che crede nell'amore per gli altri, nel coraggio e nell'onestà. Un ragazzo religioso, amante degli animali e appassionato di falegnameria. Un ragazzo che si dà da fare, per studiare ed esercitarsi - grazie all'aiuto di Otto Frank - perché "la vita non è tutta qui, in pochi metri quadrati. Prima o poi torneremo là fuori e allora dovrò essere pronto." 

Auguste Van Pels: casalinga elegante, nella casa si occupa della cucina; "sposata a un uomo incapace di svegliarsi con un sorriso, una bella parola. ...è invece solare. Ogni mattina però realizza di aver perso la sua libertà. Osserva di nascosto la gente per strada e la invidia perché "La gente continua la sua vita come se niente fosse. Camminano incuranti come automi, senza nemmeno rendersi conto del previlegio che hanno." E si chiede se tutti loro chiusi in quelle quattro mura siano mai esistiti (in silenzio, con rigorosa precisione per non incorrere in errori fatali, con una routine a volte sfiancante). Ha una grande ammirazione per Otto Frank "ottimo poeta e paroliere" mentre pensa che Anne e la sorella siano un po' troppo vivaci. Ma è felice che Anne piaccia a suo figlio Peter, troppo spesso "serio e profondo", con poca fiducia in se stesso.
Anche in quel fatidico giorno, nonostante si svegli con brutti presentimenti, li scaccia via subito perché "In quella mattina calda che annunciava una giornata di sole intenso ad Auguste morire sembrava insensato impossibile, addirittura contro natura".


Otto Frank è l'unico che si salverà. A lui la scrittrice lascia una profonda riflessione su quello che succede agli ebrei, su Hitler e sulle sue folli idee. Di Otto viene fuori tutta l'energia e la vitalità, "la capacità di inventare detti, proverbi, canzoncine mai esistiti". In questo modo ogni giorno si aggrappa a qualcosa di nuovo, senza abbandonarsi alla ripetizione o alla passività per tenere il cervello stimolato". Reagisce con creatività a tutti i divieti imposti pian piano agli ebrei (dalla perdita del lavoro alla mancata frequentazione di luoghi pubblici, dal divieto di fare sport o andare in bici all'attraversamento dei confini).
Nel libro viene fuori  tutta la sua dedizione alla famiglia e in particolare alle sue figlie Margot (la maggiore "una grande, dolcissima nave in grado di solcare qualsiasi oceano") e Anne (la minore "Una giunca: rapida, semplice e geniale. Poche assi affusolate e due righe irregolari le consentivano di scivolare a velocità folle sull'oceano, sfidando le onde più altre e rimbalzando sul pelo dell'acqua..."). Viene valorizzato il suo continuo ottimismo e il giusto valore che attribuisce agli aiuti ricevuti dalle persone che consentono loro di vivere nascosti.
Forse è questo suo spirito vitale e ottimistico che riesce a farlo sopravvivere ai campi di sterminio?


Margot Frank è la figlia maggiore "brava, paziente, docile... misurata e saggia...". Margot ama nuotare, perché "L'acqua è il miglior esempio di forza, è leggerezza e invincibilità allo stato puro". Energica, determinata, ama anche pattinare. Tutte passioni che non può più coltivare, se non nei sogni. Ma non cede alla quotidianità. Si è iscritta a un corso di latino per corrispondenza e insieme alla sorella a un corso di stenografia. Margot è una ragazza che si da da fare. Lei e Anne condividono la passione per il cinema. Vorrebbe viaggiare una volta uscita.

Fritz Pfeffer è il passionale della casa: scrive lettere d'amore con impeto, preso dal trasporto e dal coinvolgimento per Charlotte, la donna che ha ridato un senso alla sua vita "bella: alta, bionda, con capelli a boccoli, un piccolo naso all'insù e la bocca espressiva valorizzata da rossetti scuri". Non scrive brutte copie ma compone  "le lettere a mente, declamando tra sé lunghe frasi che si srotolavano come le perle di una collana" (wow!!). Friztz è arrivato in seguito nell'alloggio, nel novembre 1942 ( i Frank sono entrati a luglio, quando Margot ha ricevuto una convocazione per un campo di lavoro"in Germania). Fritz ama le passeggiate e le uscite in solitaria a cavallo. Ha un figlio che ha allevato da solo ed è riuscito a far fuggire per tempo in Inghilterra. 

Ed ecco Edith Frank, forse la figura più fragile: la vita nell'alloggio segreto per lei è "insopportabile e ripetitiva e senza scampo". Lo spazio è angusto. Sono lì da 760 giorni. Non ce la fa più. Al contrario del marito, è una persona misurata e osservatrice, le mancano le piccole cose, le manca l'aria. È molto religiosa e  si aggrappa tenacemente alla sua fede. Anche se appare premurosa e gentile, nasconde a tutti le sue ansie e le sue frustrazioni. Solo una lacrima che scivola sul suo volto rivela quello che veramente prova.

Hermann Van Pels ha un "amore sviscerato per la cucina e in particolare per il sapore, l'odore, la consistenza e il colore della carne". Quello è il suo talento. Ha cercato invano cercato di trasmettere la sua passione al figlio, ma Peter è fantasioso e svagato, adora il legno e gli animali. Pensa a Peter e alle occhiatine che si lanciano lui e Anne e spera in una storia d'amore fra i due, consapevole di quello che potrebbero non vivere.

Anne Frank arriva in chiusura: è una ragazzina vivace; da amante del cinema, le sembra di vivere in un film in quello spazio angusto. Anne sa di essere "difficile e di non comportarsi bene". Il suo grande amore sono la lettura e la scrittura. Ha iniziato un diario a cui confida i suoi segreti.

I sogni di tutti i protagonisti della casa si infrangono la mattina del 4 agosto del 1944, quando, grazie a una soffiata di un'informatrice, un ufficiale delle SS Karl Josef Silberbauer apre il nascondiglio segreto, fa preparare le valigie agli abitanti della casa e li fa deportare. Di lì a poco saranno smistati in vari campi di concentramento.

La scrittrice ha scelto di dedicare a Karl Josef Silberbauer  la parte iniziale e finale del libro, per dovere di cronaca. Abituato a indagare e fare sopralluoghi entra nella Gestapo, dove però è una sorta di "pedina" spostata all'occorrenza di Paese in Paese. La sua figura mi ha riportato alla mente il bellissimo film "Le vite degli altri" dove il protagonista inizialmente è un esecutore degli ordini che gli vengono impartiti (solo che nel film c'è una svolta di conversione che qui manca. Ma non siamo in un film, siamo nella realtà).   

Che dire, se non che il libro si legge tutto di un fiato, è ben scritto e a tratti poetico nonostante l'argomeno: si respira ogni istante insieme ai protagonisti e te li vedi, ti sembra di essere accanto a loro, vivere i loro disagi e i loro sogni.
Proprio per questo, ho voluto terminare con un'intervista alla scrittrice perché il libro ha creato in me molte domande, a cui, molto gentilmente Guia Risari ha risposto subito.

Trovo molto interessante questa idea di colmare il vuoto di scoprire cosa sia successo anche alle persone nella casa con Anne. Cosa ti ha spinto a farlo e quanto tempo ti ha richiesto lo studio e l'approfondimento di una tematica così delicata, su cui in tanti hanno già scritto molto?
Mi ha dato l'idea Marta Mazza, editor della Mondadori, e io l'ho "colta al balzo" perché andava nel senso delle mie convinzioni più profonde, ovvero che nessun essere umano è l'unico protagonista di una vicenda. Noi siamo nutriti - e direi, pericolosamente - dal mito dell'eroe e dell'eroina che contiene in sé i corollari di destino eccezionale, apparenza fuori dal comune, doti uniche, e molto altro. Se questi grandi personaggi possono ispirare, falsano però la costruzione di un sé sano - che si delinea lentamente, grazie agli errori e al confronto - e una buona pratica sociale, la quale dovrebbe ricordarci che siamo tutti interconnessi e quel che capita a un altro capita in qualche modo anche a noi.
Anne Frank rischia di diventare l'icona di una vittima, un simbolo, "un fantoccio", invece di essere ricordata nella sua umanità quotidiana, nelle sue" bizze" e nelle sue relazioni con gli altri. Per questo, aveva senso inserirla nel suo contesto: l'alloggio segreto e le persone con cui condivise la sua esistenza per più di due anni.
E' vero che tanti libri sono stati dedicati ad Anne Frank, ma mancava la dimensione corale e anche
il punto di vista dell'aguzzino che compì il fatidico arresto
. Senza questa dimensione, senza questa prospettiva - negativa ma realistica - la storia di Anne Frank è un'idealizzazione. Il male, infatti, non è una teoria astratta, né un nemico oscuro e imbattibile: è incarnato in individui assolutamente normali, le cui debolezze diventano motivi di rivalsa e di odio. Anche questo era importante per me sottolineare.


Sei andata a visitare la casa di Anna Frank. Se si, cosa ti ha colpito?
Non ho avuto modo di visitare la casa di Anne Frank, ma ho studiato la ricostruzione dell'Alloggio Segreto presente nel sito dell'organizzazione olandese dedicata ad Anne Frank.  In una sezione, c'è un programma che permette di entrare e visitarlo (qui il link).
Si trattava di un appartamentino per due famiglie, situato ad Amsterdam, al 263 di Prinsengracht, in un edificio commerciale che ospitava gli uffici dell'azienda di Otto Frank. L'appartamento sorgeva al II piano, al termine di una scala ripidissima, che conduceva in una stanzetta archivio.
La porta dell'alloggio si nascondeva dietro una libreria girevole. 

Appena entrati, andando dritto s'incontrava la stanza di Otto, Edith e Margot Frank; a destra dell'ingresso c'era il bagno; dietro il bagno, la stanza che condividevano Fritz Pfeiffer e Anne.
Al III piano, c'era la stanza di Peter Van Pels e, dietro, il soggiorno e sala da pranzo che, di notte, fungeva da camera da letto di Herman e Auguste Van Pels.
Al piano superiore, c'era una soffitta in cui venivano stoccate le provviste; era l'unica stanza dotata di finestra,da cui si poteva sbirciare con molta attenzione l'esterno.
Quel che bisogna immaginarsi, visto che l'appartamento confinava con un'azienda, è l'assoluto silenzio che, negli orari d'ufficio, doveva essere mantenuto. Tutti indossavano pantofole e bisbigliavano. L'uso dell'acqua era vietato fino alla chiusura (dell'azienda).


Un'altra autrice per ragazzi, Daniela Palumbo (qui il post), ha raccontato che per riuscire a fare un'operazione del genere, così faticosa, bisogna essere empatici e mettersi nei panni dell'altro. Tu cosa ne pensi? Come sei riuscita a immaginarti i personaggi? Il racconto appare così spontaneo;  sembra che tu fossi lì a vivere nella casa con loro.
L'empatia è un ingrediente fondamentale per ogni buon essere umano. Tanto più, poi, se si pensa di parlare agli altri di come certe persone hanno vissuto determinati eventi, specie se tragici. Per mantenere attivo il proprio grado di empatia, bisogna ricordarsi che quel che accade o è accaduto a un altro non è lontano, ma ci riguarda in prima persona, indipendentemente dal tempo e dallo spazio. Bisogna ricordarsi insomma che siamo tutti uniti, connessi da una rete di relazioni dirette o indirette, la famosa "social catena" di Leopardiana memoria non è una posizione astratta, ma reale. Personalmente è così che faccio: dietro alla facciata, cerco sempre la persona viva, fatta di gusti, vicende, capricci, dettagli. In questo caso specifico, mi sono documentata leggendo, ascoltando interviste, guardando foto: ho fatto un viaggio umano e personalissimo nel tempo e, a ogni racconto, ho rivissuto un'esperienza. Ho anche pensato che, come tutti i piccoli gruppi costretti a vivere insieme a stretto contatto, si fosse verificato una sorta di contagio nell'immaginario collettivo. A tutti gli abitanti dell'Alloggio Segreto doveva mancare l'aria aperta, la libertà, il territorio sconfinato dei sogni.

Io penso che libri come questi tengano viva la Memoria specie nelle nuove generazioni che non hanno vissuto questa tragedia. Cosa pensi che si possa fare d'altro? In realtà i ragazzi e i bambini di oggi sono sommersi a volte da informazioni su tragedie gravi che si svolgono nel mondo. Tu pensi che questa sia stata la prima grande tragedia dell'Umanità?  È per questo che se ne parla, per fortuna, ancora?
La memoria è il tesoro dell'umanità. È buffo che la gente si affezioni alle cose materiali e le difenda con la vita, mentre qualcosa di impalpabile come la memoria sembra un aspetto accessorio, qualcosa di poco importante che muove solo degli stupidi nostalgici. La memoria invece è tutto. Non solo la memoria della storia del pianeta, delle tappe evolutive delle società umane, ma anche la memoria personale di ciò che si è vissuto, non si è vissuto e si è sognato, immaginato, sperato. Considero la memoria così fondamentale che arrivo a dire che una persona è tutto quel che può ricordare e trasmettere. La memoria non è solo un bagaglio, ma una facoltà da stimolare e mantenere viva.
Un libro può contribuire in questo senso, incentivando l'uso della memoria attiva e spingendo a ricordare e rielaborare. E questo vale per tutte le età.


Credo che viviamo in un'epoca che adora celebrare le sciagure e le tragedie, come se fossero un valore in sé e soprattutto come se fossero delle catastrofi naturali, dei fatti ineluttabili. La maggior parte di questi tristi eventi, invece, non è affatto inevitabile. Parlarne per me significa spiegare le ragioni del loro accadere e le conseguenze che hanno comportato. Altrimenti, se si tratta di "lucidare una data con annessi e connessi" - targhe commemorative, statue, cerimonie, discorsi celebrativi - la cosa non mi interessa: è una memoria strumentale, fittizia.
Ci sono poi ancora - e questo non va dimenticato - molte fonti che cercano di occultare i fatti.
Il famigerato revisionismo che nega l'esistenza delle camere a gas e dei campi di sterminio non è sfortunatamente censurato. Così come non lo sono i movimenti neonazisti, xenofobi o razzisti. Il Ku Klux Clan, responsabile di migliaia di linciaggi anche nel XX secolo, ha un sito pubblico, regolarmente finanziato e visitato.
In nome della libertà di pensiero, viene così consentito di cancellare il passato e di mostrare il presente come un terreno fertile per nuove battaglie contro qualcuno, che è naturalmente sempre un "altro".
Anche questo bisognerebbe ricordare: se non si deve smettere di raccontare la Shoah e gli stermini avvenuti nella Seconda Guerra mondiale non lo si fa per celebrare un popolo, ma per rammentare che, insieme a lui, sono stati colpiti tanti esseri umani: rom, disabili fisici e psichici, omosessuali, dissidenti politici, credenti, stranieri, delinquenti comuni.
 

Questa non è la prima né sarà l'ultima tragedia dell'umanità. Potremmo ricordare, tra gli altri, lo sterminio delle popolazioni americane, la deportazione in massa degli africani, la persecuzione dei cosiddetti "eretici", la caccia alle streghe, i gulag, i campi di rieducazione, la distruzione degli armeni. Quando si parla di fatti storici così gravi, non si dovrebbe poterli manipolare e, meno che mai, si dovrebbe entrare in un conflitto di memorie, per cui se ricordo un genocidio ne dimentico o sottovaluto un altro. Ogni evento è unico, ma funziona da modello. E in quanto tale deve essere studiato, capito e "servire" alle generazioni future.

Se vuoi aggiungere altre cose e suggestioni al libro, le emozioni che hai provato...
Scrivere un libro come questo mi ha inevitabilmente rattristata. Avrei preferito vivere in un mondo migliore dove nessuno, per sopravvivere, dovesse nascondersi e scomparire. Non ho affrontato questo compito alla leggera e nemmeno come una sfida (detesto le competizioni), ma come un dovere: il dovere di far rivivere delle persone che in un mondo migliore, il posto dove vorrei vivere appunto, avrebbero contribuito insieme agli altri ad arricchire la società con le loro personalità e le loro doti. Quel che ho voluto comunicare con "La porta di Anne", nel ricordare ognuna di queste persone, è soprattutto un senso di perdita collettiva.
 

Spero che dopo aver letto questo libro sorgano spontanee delle domande. Com'è stata possibile una cosa del genere? Si poteva evitare che accadesse? Potrebbe succedere ancora? Che cos'è una società giusta? Che cos'è un essere umano?
Che valore ha la vita?
Sono domande che non si possono ignorare e credo che sia il compito di ognuno di noi cercare delle risposte.


Grazie Guia. Ho imparato molto e ho ancora molto da imparare. Ma grazie a te, la riflessione continua....

lunedì 25 gennaio 2016

"Il volo di Sara" di Lorenza Farina e Sonia MariaLuce Possentini, Edizioni Fatatrac


Il Volo di Sara”, con i testi poetici di Lorenza Farina - bibliotecaria di mestiere, autrice per passione - e le delicate illustrazioni di Sonia MariaLuce Possentini, edito da Fatatrac, è un albo che riesce a parlare con tatto ai bambini di un argomento molto difficile e doloroso, quello dell'Olocausto. Qui e qui i link al blog della casa editrice con post dedicati.

Il punto di vista è molto interessante e insieme simbolico. Infatti, la storia viene raccontata da un pettirosso, un passeriforme che con il suo canto con trilli e gorgheggi, è presente in inverno in Europa. Questo piccolo batuffolo, che spicca nella neve, osserva da lontano quello che succede in un campo di concentramento. Il suo petto colorato e gonfio, la sua piuma rossa che svolazza nel cielo bianco e qualche bacca sui rami quasi spogli degli alberi si stagliano nel grigiore dei reticoli del filo spinato che circondano le baracche grigie e in cui vagano uomini scheletrici, tra fango e sudiciume. Intorno l'odore è acre e pungente, talmente nauseabondo da non riuscire a essere portato via dal vento.

La “monotonia” viene presto interrotta dall'arrivo di un treno (bellissima l'inquadratura, l'osservatore viene quasi travolto dalla locomotiva che ha una sbarra rossa, unica traccia colorata della pagina), non un treno qualsiasi, ma un carro bestiame, sprangato.
Un cartello con due scritte e con un teschio ci indica che il posto non è accogliente.
Infatti, all'arrivo, il rumore assordante e lo stridio del velivolo in frenata si accompagnano alle grida concitate dei soldati accompagnate dai latrati dei cani al guinzaglio.

Dai vagoni scendono donne, anziani bambini. Tutti volti scuri, dalle facce quasi irriconoscibili. Spicca solo la spilla di Davide, il marchio scelto per riconoscere gli ebrei dagli ariani.


L'incontro

Fu allora che la scorsi
Il pettirosso viene colpito dagli occhi grandi di una bambina dai capelli scuri raccolti in un nastro azzurro come il maglione.

L'intesa è reciproca.

 “Ad un tratto la bambina sollevò lo sguardo e mi vide «Mamma, guarda un pettirosso» mormorò, sorridendo appena”.

Ma non c'è tempo per la meraviglia perché Sara - così si chiama la protagonista, che in ebraico significa “principessa” - viene strattonata e allontanata dalla mamma, che non vedrà più.

Il pettirosso sceglie, allora, di vegliare su di lei, di farle compagnia e darle quelle attenzioni e la cura necessarie a una bambina di quella età rimasta, di fatto, "orfana".
E decide di essere la sua voce. Parlare per lei. Parlare anche per i suoi occhi.


Il racconto si dipana mostrando cosa succede ai bambini, attraverso i dettagli: "le fecero togliere il vestito azzurro che la mamma le aveva fatto con le sue mani. La costrinsero a indossare una casacca a righe, molto più grande della sua taglia, con una stella gialla cucita sul petto.
Poi le tagliarono i bei capelli scuri, che scivolavano come piume sul pavimento insieme al nastro azzurro che li tratteneva. 

La fecero coricare in una cuccetta, ammassata insieme ad altri bambini infreddoliti e impauriti come lei".

La potenza delle parole - bellissima l'immagine dei capelli che cadono come piume, la simbiosi tra i due è unica - è accompagnata da quella delle immagini, in cui risalta in primo piano il nastro azzurro, unico elemento di colore e di spicco tra i volti grigi ovattati dei bambini pelati.
In volo verso la libertà
Il pettirosso va a trovare Sara la notte - il momento in cui il terrore aumenta e si ha bisogno di una coccola, di una carezza, di dolci parole - le accarezza il viso con le piume, cinguettandole racconti fino a farla addormentare.

Di giorno, invece, le raccoglie il cibo che trova quà e là, anche se la scopre sempre più magra e deperita, spaesata nella neve, a piedi nudi in mezzo al gelo.

Ma una mattina l'uccello non la trova più nella baracca, ma in fila insieme a molti altri bambini e si accorge del fumo che esce dai forni (Sara aveva sei/sette anni e il suo destino era segnato).


La bambina lo nota e gli sorride, anche se il suo sorriso è stanco.

"Poi ondeggiò con estrema lentezza le braccia esili, come se stesse per spiccare il volo"

Ed è così che il pettirosso decide di “prestarle” le sue ali per fuggire via.

"La vidi vibrarsi nel cielo non più grigio ma azzurro come il vestito che ora indossava, come il nastro che ora le cingeva i capelli".

Un finale poetico, denso di speranza e libertà.

Un uccello preso a esempio come simbolo della libertà.  Chissà se le due autrici hanno deciso di scegliere il pettirosso per un motivo preciso. Ci sono diverse leggende riguardo a questo volatile. Inoltre in inverno il suo canto, che è una vera e propria melodia, reca allegria anche nelle giornate senza sole e fredde. Chissà, se per le sue penne arruffate che trattengono calore e il suo petto dai colori caldi, che contrastano a perfezione con il grigiore e la ruvidezza del filo spinato e del paesaggio circostante.
L'albo inizia con una poesia “La canzone dell'uccello” (1941) tratto da “La Shoah dei bambini: poesia e disegni da Theresienstadt”, Udine, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione.

Un albo davvero portentoso, sia per il testo sia per le immagini, in cui i dettagli colorati si stagliano nel grigiore delle tenebre, del buio, dell'abisso. Il grigio e il nero che raccontano l'orrore, pur nella loro poesia e delicatezza.

Le immagini, le inquadrature hanno un forte richiamo alla fotografia, ai famosi "punti di forza" che catturano lo sguardo dell'osservatore, mettendo ancora più in risalto i dettagli e sono capaci di far emozionare tanto.

Un albo da leggere insieme ai bambini, perché loro sono vicini alla poesia, e per affrontare con loro il tema delle crudeltà, non solo quella avvenuta nei campi di concentramento, ma anche quella perpetrataai giorni nostri a cui spesso, forse, non prestiamo la giusta attenzione.

Un albo per riflettere, che ci dona a speranza, la speranza che qualcosa di bello e poetico possa sempre accadere, anche in mezzo alle brutture del mondo.

Tornando a uno dei due link sul blog di Fatatrac (citati a inizio del post), mi hanno colpito particolarmente queste frasi, che faccio mie nei contenuti, pur non essendone l'autrice
"Sarà che anno dopo anno, nuovamente, tanti ne parlano, lo leggono, ci inviano messaggi.

Sarà che le fotografie di presentazioni, disegni dei bambini, lettere arrivano via FaceBook, via twitter, via mail.
 
Saranno tutte queste cose, e molte altre, che si consolida sempre di più la convinzione che l'esercizio della memoria andrebbe dilatato a tutto l'anno e non contingentato al puro ambito scolastico e che i bambini, a questo, sarebbero prontissimi.
Andrebbe condiviso in tutti gli ambiti frequentati dai bambini questa attitudine al ricordo, mediato dalla narrazione. Il suggerimento è di leggere questo, e libri come questo, tutto l'anno a scuola e nelle famiglie.
"

venerdì 22 gennaio 2016

"Fino a quando la mia stella brillerà": Daniela Palumbo incontra in Feltrinelli i ragazzi delle medie


Il 27 gennaio di ogni anno si celebra "Il giorno della memoria", ricorrenza internazionale per non dimenticare le vittime dell'Olocausto (il 27 gennaio 1945 sono stati abbattuti i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia), ma gli appuntamenti e le letture sul tema della Shoah sono iniziati in questi giorni. Il 19 gennaio scorso ho avuto la fortuna di ascoltare alla Feltrinelli di piazza Piemonte, a Milano, l'incontro di due classi della scuola secondaria di primo grado con la giornalista e scrittrice Daniela Palumbo, che ha raccolto la testimonianza di Liliana Segre nel libro "Fino a quando la mia stella brillerà", edito da Piemme nella collana Il Battello a Vapore.

Una questione di empatia
Per introdurre alcuni temi del libro, Daniela Palumbo ha esordito parlando del neonato Museo dell'empatia (qui il link), un progetto itinerante - ora in Australia e che dovrebbe, si spera, approdare anche a Milano - in cui si mette in risalto la necessità di coltivare l'empatia. In parte connessa al patrimonio genetico di ciascuno, questa capacità di mettersi nei panni dell'altro sta precipitosamente calando nelle nuove generazioni, come ha sottolineato anche il presidente americano Obama (qui e qui approfondimenti). A conferma, uno studio di Peter Grey psicologo e ricercatore del Boston College (qui), che rivela che i giovani d'oggi soffrono di narcisismo, ovvero pensano più a se stessi che agli altri.
Roman Krznaric, scrittore esperto internazionale di empatia e fondatore del Museo, ha pensato al progetto denominato "A Myle in my shoe": le persone sono invitate a scegliere un paio di scarpe, indossarle e percorrere un miglio sul Tamigi (in questo caso, visto che è nato a Londra) ascoltando la storia del proprietario di quelle scarpe (che può essere un barbone, una prostituta, una ragazzina, un banchiere e così via). Questo "gioco" invita ad ascoltare e, in qualche modo, a "mettersi nei panni di quella persona". In effetti, esiste un detto inglese da cui è nato tutto che dice "Prima di giudicare una persona cammina per un miglio nelle sue scarpe". Detto fatto.
Perché è così importante parlare di empatia? Perché il suo contrario è l'indifferenza.


"L'indifferenza fa male. È l'arma peggiore. La più potente.
Perché se qualcuno ti affronta e ti vuole fare del male puoi difenderti
.
Ma se intorno a te c'è silenzio, come fai a difenderti?

...
Era come se all'improvviso io potessi vedere gli altri
ma gli altri non vedessero me.
 È stato come se da un momento all'altro
il mondo non mi avesse più guardata,
come se non si fosse voltato a vedere
quello che accadeva a noi bambini ebrei"
Finché la mia stella brillerà


L'indifferenza
Quando a Milano è stato costruito il Memoriale della Shoah (qui il link), attorno al "Binario 21" luogo simbolo dove avvenivano le deportazioni, il 26 gennaio 2012 è stata posata la prima targa "in memoria del convoglio del 30 gennaio 1944 Milano–Auschwitz, col quale, tra gli altri, è stata deportata anche Liliana Segre" (qui l'approfondimento sullo stato dei lavori e qui l'articolo dedicato da Radiomamma, a cura di Cristina Colli, che è andata a visitare il luogo e lo spiega alle famiglie).
Quando è stato domandato a Liliana Segre quale parola indicare sul muro che è stato eretto, lei ha chiesto che venisse scritta la parola "indifferenza", forse quello che "le ha fatto più male" come ha raccontato Daniela Palumbo. Chi soffre riesce a capire meglio di altri la sofferenza delle persone. Ed è proprio quello che ha ricordato la Segre: quando sono stati spostati dal carcere di San Vittore per essere trasportati sui camion, gli unici che hanno lanciato loro le arance sono stati proprio i detenuti, le uniche persone capaci di mostrare un segno di affetto e comprensione.

"Attraversammo il carcere in silenzio per arrivare al cortile dove ci aspettavano i camion. A un tratto un coro di voci ci investì: erano i detenuti comuni, quelli che, a differenza di noi ebrei, erano in carcere perché avevano commesso dei reati. Si sporgevano dai ballatoi degli altri raggi della prigione gridandoci parole di incoraggiamento e solidarietà, qualcuno lasciava cadere una mela, un'arancia. Furono gli unici che sentimmo vicino a noi, come fratelli, furono magnifici.
Finché la mia stella brillerà


La prima domanda nel gruppo di ragazzi della terza media Levi di Baggio è arrivata da Silvia (che anche in seguito si è mostrata molto vivace e perspicace, ponendo sempre domande sottili e di grande riflessione) "come posso entrare nei panni di quella persona se non ho mai vissuto quella esperienza terribile? come faccio a mettermi nei suoi panni?".
Daniela le ha risposto facendo l'esempio di come ci si comporta con un'amica. Quando la si conosce, si capisce quando non sta bene e, allora, bastano anche solo una parola, un gesto di affetto per mostrare l'interesse nei suoi confronti. Non è che per forza bisogna vivere tutto quello che prova un altra persona per provare empatia. Basta un atto di vicinanza alla persona che ha un periodo difficile. Quello che le succede in qualche modo ti riguarda.

Un caso che ci riguarda da vicino è quello degli sbarchi dei migranti o dei rifugiati. Come ci poniamo osservandoli? Purtroppo - ha continuato Daniela - i nostro stile di vita ci mette in competizione gli uni con gli altri, sul metrò non ti accorgi delle persone che ti stanno accanto, così come siamo presi a organizzare la nostra vita, a correre. Ecco, l'inventore del Museo dell'empatia ci dice che questa è un antidoto alla vita moderna, ti consente di attivare un circuito positivo per cui inizi a porti le domande "chi mi sta accanto? come sta? chi è veramente?". Sono piccoli semi che possono dare anche grandi frutti e contribuire a far cambiare il modo di pensare delle persone.

Settant'anni fa un confine è stato superato nei confronti degli esseri umani, non solo ebrei. Lo dicono gli storici. La Shoah ha superato i confini dell'immaginazione. Quando arrivavi nei campi di concentramento eri uno stück.
"Stück... ci chiamavano così, facendo seguire a questa parola i numeri tatuati sul braccio. In tedesco significa "pezzo". Non eravamo più uomini. Ad Auschwitz diventammo... pezzi."

Daniela prosegue spiegando che si trattava proprio di una sottrazione di umanità. Andavi avanti fino a quando avevi le forze (i nazisti avevano calcolato a tavolino una resistenza media di 3 mesi). La perdita di umanità non era solo da parte dei tedeschi che gestivano il campo ma si sviluppava anche nei prigionieri. I sopravvissuti cercavano di non partecipare alle sofferenze.

Racconta Liliana Segre nel libro "Successe una cosa dentro di me senza che me ne rendessi conto: a un certo punto la mia mente cominciò a rifiutare di partecipare alle cose terribili che succedevano nel campo. Non mi voltavo quando qualcuna di noi era messa in punizione, non ascoltavo quando le prigioniere parlavano di violenze a cui avevano assistito o alle quali erano state sottoposte ... Io non volevo sapere. Non lasciavo il mio cervello libero di registrare quello che stava accadendo intorno a me. Se avessi partecipato con il cuore alle sofferenze spaventose che vedevo ogni giorno, se mi fossi affezionata a qualche prigioniera che avrei potuto veder morire da un giorno all'altro, non ce l'avrei fatta a sopportare quei giorni, uno dopo l'altro. Solo il mio corpo - con la mia magrezza, la fame, il freddo, le piaghe, le febbri, le punizioni che subivo - mi riportava nel campo, dentro Auschwitz. La mente no, la mente distoglieva lo sguardo, e io ricominciavo a fuggire. Senza vedere, senza sentire le grida di giorno e di notte. Avanti, una gamba dopo l'altra, a testa bassa, senza guardare in faccia chi mi stava intorno."

È quello che è successo a Liliana con Janine  "Un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me."

Daniela prosegue raccontando ai ragazzi che non dovevi sfidare un nazista o il medico  - che faceva la selezione decidendo se "potevano andare avanti" o se mandarli nelle camere a gas - se ti facevi notare, se avevano idea che ti sentissi una persona, se lo percepivano, eri finita. Dovevi essere un vegetale.


Raccontare per non dimenticare
Per fortuna Liliana Segre - e nel libro è raccontato benissimo - aveva 14 anni e una gran voglia di vivere (istintiva). Ma quell'egoismo che ha dovuto sviluppare per sopravvivere l'ha pagato dopo. Ora ha 85 anni ed è stanca.
Daniela spiega che ha iniziato a raccontare dal 1990 per senso di colpa ("Pian piano, dentro di me, diventava pressante questa sensazione di non aver fatto il mio dovere. Il mio silenzio cominciò a pesarmi, era un macigno oppressivo") per rendere omaggio, per dire a tutti che le persone erano esistite (nella terza parte del libro si narra che verso la metà di gennaio 1945 i nazisti fecero saltare in aria il lager "Distruggendo il campo di Auschwitz volevano cancellare le prove di quello che era successo lì dentro. Il mondo non doveva sapere. Ma Auschwitz venne distrutto solo in parte, non trovarono il tempo di completare l'opera").

Liliana Segre ha raccontato spesso la sua storia. Ha scritto diversi libri.
Con questo libro ha voluto rendere omaggio al padre, che è stato per lei come "le vitamine", dandole la forza per sopravvivere.
L'incontro con Daniela è emozionante e Silvia si rifà viva con una riflessione "Lei si è quasi vergognata di essere rimasta viva.." Daniela ha raccontato che Primo Levi lo ripete spesso.

Silvia "Ma le direi che il suo non era un privilegio, ma piuttosto un diritto".
Daniela spiega che tutti i sopravvissuti a un campo di concentramento hanno un senso di colpa terribile e hanno dovuto affrontare anche una terapia psicologica per riuscire a conviverci. Ora Liliana sembra "pacificata", perché sa che in quel contesto non poteva fare altrimenti.
Ma se qualcuno le chiede se ha perdonato, lei risponde che non ce la fa. Ecco le sue parole nel libro.

"Liliana hai perdonato?
So che farei una bella figura dicendo che ho perdonato. Qualcuno mi ha detto che se perdonassi potrei mettermi il cuore in pace. Non è così. Io non ho perdonato, non perdonerò mai a livello personale ...  Perdonare, per me, equivale a dimenticare. " (dialogo tra Daniela e Liliana)

Il dolore del racconto
Un'altra domanda sorge tra gli studenti "Cosa sentiva Liliana mentre raccontava la storia?". Daniela racconta che i colloqui con Liliana erano sempre di durata diversa -potevano durare da mezz'ora a otto ore- perché a un certo punto non ce la faceva più.
Allora Daniela le ha chiesto di spiegarle cosa avveniva dentro di lei. Liliana ha risposto di riuscire a raccontare bene fino a quando "vedeva le cose come un osservatore esterno", ma quando "tornava bambina" - ripensava alle sensazioni dolorose provate e a tutto quello che aveva visto - per lei il dolore aveva il sopravvento.
Daniela racconta che questa sofferenza si ripete ogni volta che Liliana racconta la sua storia. Ora la stanchezza è tanta.
Lia Gaffuri, docente della classe terza della Scuola secondaria di primo grado Levi di Baggio, chiede come sia nata l'idea del libro.
Daniela spiega che il libro è nato dall'Editore, che ci teneva ad avere un libro per ragazzi che raccontasse la storia dell'Olocausto. Poiché Daniela aveva già scritto il libro "Le valige di Auschwitz" (per cui ha preso anche un premio, e di cui parlerò in un post a parte), le è stato chiesto di incontrare Liliana Segre, dato che entrambe vivono a Milano. All'inizio Liliana era restia - anche perché ne aveva già parlato in altri libri - poi ha "ceduto" pensando di incentrare il racconto sulla figura del padre e riportarlo a una dimensione più intima. Liliana non aveva la madre, aveva un rapporto quasi "simbiotico" con il padre, che è sempre stato presente.
Daniela - emozionata - rivela che Liliana Segre è una donna con una grande forza e, al tempo stesso, una grande sensibilità, capace di mostrare un'eccezionale empatia verso le persone.

Il ritorno alla "normalità"
Sempre Lia Gaffuri sottolinea come sia importante che nel libro ci sia anche "il dopo", come abbia fatto a tornare non solo nella sua patria ma anche a rientrare nella vita quotidiana.
Daniela ha spiegato come Liliana una volta tornata a casa si sentisse sempre nel campo. Naturalmente, le privazioni subite e la mancanza di cibo, avevano suscitato in lei un grande desiderio di mangiare, fino a ingrassare.

"Mi guardavo nella mia nuova vita e vedevo una ragazza grassa, informe, che non riusciva ad adattarsi agli altri, e gli altri non riuscivano ad adattarsi a lei.
Gli zii non erano cattivi. Facevano del loro meglio. Pensavano di dovermi reinserire nella società. Stavano continuamente a riprendermi su come stavo seduta, mangiavo, dormivo, su cosa dicevo e come lo dicevo «Stai composta, saluta come si deve quando incontri qualcuno, non dire parolacce, taglia la mela con la forchetta e con il coltello».
Ma io pensavo che solo avere una mela era un dono straordinario, cosa mi importava di tagliarla con la forchetta e il coltello?
"

Daniela sottolinea come le persone intorno a Liliana non capissero. E lei si sentiva estranea a quella vita, a quel mondo che non le apparteneva più. Tutti le dicevano "riprendi la tua vita, le tue cose, la scuola, le tue regole". Lei aveva bisogno di raccontare e parlare. Capire quello che era accaduto. Questo non le è stato permesso.

Estraneità
Questa è un altra parola che hanno provato i sopravvissuti. Tutti non volevano sentire. Tutti non volevano sapere.

Alla domanda "Ma lei si è messa nei panni di Liliana?" Daniela ha risposto con un sì (al tempo stesso deciso ed emozionato). Ha accennato anche alle valigie, che l'hanno molto colpita quando ha visitato il campo di sterminio di Auschwitz, unico oggetto presente in cui c'erano un nome e un cognome. Lì ha capito che dietro c'era una persona. Le valigie, come le scarpe nell'esempio iniziale del museo dell'empatia, rappresentano un simbolo.

Questo libro è stato scritto con il contributo di Liliana Segre, sia perché è una delle poche persone sopravvissute allo sterminio, sia perché ha vissuto questa tragedia quando era una ragazzina e quindi riesce a coinvolgere meglio i ragazzi con la sua storia, raccontandola dal punto di vista di una quattordicenne.

I pensieri e le domande continuano a fluire spontanee. Daniela (una ragazzina di seconda) chiede il significato del timbro sul braccio.
La Palumbo spiega che, alla pari di essere "un pezzo" il numero contribuiva a togliere l'identità. Liliana Segre non ha mai voluto toglierselo, perché ha sempre pensato che non fosse una cosa per cui provare disagio, piuttosto una vergogna per i suoi carnefici.

Liliana Segre - nonostante tutto quello che ha vissuto - ha mantenuto una coscienza viva. Lo dimostra quando i soldati nazisti, presi dal panico per l'arrivo delle truppe alleate, iniziano a spogliarsi e nascondersi tra i deportati.

"Il comandante del lager di Malchow - un altro luogo in cui sono stati trascinati una volta venuti via da Auschwitz - un assassino privo di umanità, gettò anche lui la pistola e indossò abiti civili. La pistola cadde sui miei piedi. L'istinto fu di prenderla e sparare, per vendetta, per giustizia. Ma fu un attimo, mi vergognai di quel pensiero, io non ero come loro, non volevo diventare come i miei carnefici. ... Scelsi la vita, la loro cultura di morte non mi apparteneva e la lasciavo nel lager."



Il libro
Come ha spiegato Daniela Palumbo, sottolineandolo, il rapporto e il legame profondo con il papà - che fino all'ultimo ha voluto e tentato in ogni modo di proteggerla - viene fuori in quasi tutte le pagine del libro, un libro molto intenso, scritto benissimo, in cui si riesce a entrare nella storia, e che ti prende a tal punto da finirlo tutto d'un fiato. In particolare, si racconta anche la parte dell'infanzia felice che Liliana Segre ha potuto trascorrere, il rapporto con i nonni. Un padre che faceva anche le veci della madre, scomparsa quando lei era piccola, che non le ha fatto mancare niente per quello che le è stato possibile; che trascorreva le vacanze con lei sempre, appena poteva, cosa rara a quei tempi
.

"Fino a quando la mia stella brillerà", con la prefazione del giornalista Ferruccio de Bortoli, è un libro diviso in tre parti: Il papà e la bambina, in cui si racconta la vita felice e spensierata che ha potuto vivere Liliana Segre fino alle leggi razziali; Cambia tutto, in cui a partire dall'espulsione a scuola si parla della progressiva perdita di diritti - con due emozionanti capitoli, uno dedicato alla "nonna che offriva la torta ai fascisti" e l'altro dedicato ai "Giusti", quelle persone che hanno rischiato la loro vita per aiutare gli ebrei - e della fuga fino all'arresto, al carcere e al Binario 21; Sempre con me in cui si entra nel vivo della vita nel campo di concentramento e alla dolorosa separazione dal padre, il modo in cui Liliana è riuscita a sopravvivere - con il commovente capitolo "Stella stellina, resta con me" - fino alla marcia della morte, al ritorno a casa e il sentirsi diversa.
Il libro finisce con "L'incontro più bello" ovvero l'incontro con Alfredo, l'amore della sua vita, che seppe capirla da subito, e ascoltarla, anche perché aveva vissuto come lei la prigionia.
Infine, due capitoli molto pregnanti, sul perché Liliana abbia sentito il desiderio di parlare della sua dolorosa vicenda e il dialogo tra Daniela e Liliana.

Alcuni appuntamenti
Vorrei concludere questo post che mi ha proprio emozionato - e che vorrei fosse il primo di una serie di presentazioni di libri per ragazzi sulla Shoah - segnalandovi alcuni appuntamenti che potrebbero interessarvi, dedicati all'Olocausto.
Oggi 22 gennaio verrà inaugurata alla Biblioteca dei ragazzi di Rozzano "Per non dimenticare - In viaggio con Anna Frank", una mostra internazionale di mail art, qui).
Sabato 23 gennaio al Trotter una giornata per le famiglie.
La compagnia Alma Rosé propone "C'era un'orchesta ad Auschwitz", liberamente tratta da “Ad Auschwitz c’era una orchestra” di Fania Fénelon, con Annabella Di Costanzo ed Elena Lolli . Diversi sono gli appuntamenti in diversi luoghi, come si vede dalla locandina. Per informazioni: info@almarose.it e qui il link alla pagina facebook.


Infine, per chiudere il cerchio, il 27 gennaio alle 10.30 al Teatro degli Arcimboldi (qui e qui i  link alle notizie) Liliana Segre incontra i ragazzi; le scuole impossibilitate a partecipare potranno ascoltare in streaming sul sito del Corriere della Sera per commemorare insieme a lei il Giorno della Memoria. 
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro ideato da Paola Miseti, alias HomeMadeMamma e il cui link odierno trovate qui.