domenica 26 aprile 2026

Presentazione di "Dentro l’uragano" alla Bologna Children's Book Fair 2026






Alla Bologna Children's Book Fair, Bologna, in una sala  attenta, la voce di Silvia Vecchini apre l’incontro con Luigi Ballerini e la figlia Anna, 
psicologa e psicoterapeuta specializzata in età evolutiva, dell’età evolutiva, autori di "Dentro l’uragano" (qui) pubblicato da Editrice Il Castoro.

Silvia mentre parla, lascia emergere il senso profondo del loro lavoro. Dice che è un libro pensato ma soprattutto scritto per i giovani, direttamente, senza filtri inutili. Le sembra una scelta riuscita, dove parole e immagini si intrecciano e dialogano.

Poi, entra subito nel vivo. Chiede loro com’è nato questo libro scritto a quattro mani, uno strumento che raccoglie esperienze, pratica clinica, ma anche storie. Perché dentro ci sono racconti, e si sente la presenza dello scrittore, accanto a quella della psicoterapeuta.



Mentre formula la domanda, Silvia lascia affiorare anche ciò che l’ha colpita di più: quell’intenzione chiara di mettere al centro il corpo dei ragazzi e delle ragazze. Un corpo che cambia, che si trasforma, e che non può essere separato da ciò che si prova e da ciò che si pensa. Emozioni e pensieri si muovono insieme, dentro questo attraversamento.

E proprio qui il suo racconto si fa più personale, quasi confidenziale. Racconta di quando i suoi figli erano più piccoli, di quando lei stessa cercava di prepararsi all’adolescenza partecipando a incontri per genitori. Ricorda bene quelle serate: titoli pesanti, uno dopo l’altro — dipendenze, disturbi alimentari, abbandono scolastico, violenza. Un elenco che lasciava addosso una sensazione di allarme continuo. Si usciva, dice, con il cuore pesante.

E allora si chiede, e chiede a loro, quanto poco venga raccontata l’adolescenza come un attraversamento. Non solo come un problema, ma come un passaggio, un movimento da abitare. Anche il corpo, dentro questo passaggio, può essere ascoltato, conosciuto poco a poco, senza che ogni cambiamento diventi subito un segnale di pericolo.

Anna Ballerini racconta che questo libro è nato da un intreccio di motivi, ma il primo è il più immediato, il più vero: a loro piacciono gli adolescenti e i preadolescenti. Piace lavorare con loro, stare con loro, ascoltarli nel momento in cui tutto si muove.

A un certo punto, dice, si sono accorti che c’erano tante questioni di cui si parlava poco. Cose importanti, eppure lasciate ai margini. Da lì è arrivata una domanda semplice, quasi improvvisa: "perché non proviamo a farlo noi?" Lo dice con un sorriso, chiamandola anche una scelta un po’ presuntuosa, senza la pretesa di aver trovato la formula giusta, ma con il desiderio autentico di aprire uno spazio.

L’idea, infatti, era quella di rivolgersi direttamente ai ragazzi e alle ragazze. Non spiegare loro come si fa, non offrire istruzioni, ma dare la possibilità di pensarsi, di fare un lavoro su di sé senza che ci sia sempre qualcuno a indicare la strada.

E allora il punto di partenza non poteva che essere il corpo. Perché è lì che tutto accade, soprattutto in quel tempo sospeso tra infanzia e adolescenza. Anna lo descrive con immagini semplici, quasi quotidiane: prima quei volti tondi, composti, ancora pieni di infanzia. Poi, nel giro di pochi mesi, di un anno appena, qualcosa cambia. I lineamenti si trasformano, il corpo si modifica completamente.

È un passaggio rapido, quasi spiazzante. E proprio per questo, lascia intendere, merita di essere guardato, raccontato, abitato - senza fretta di definirlo, senza trasformarlo subito in qualcosa da correggere.

Quando prende la parola Luigi Ballerini, il tono si fa subito più vivace, attraversato da un’ironia che alleggerisce senza togliere profondità. Parte da un’immagine concreta, quasi divertita: arrivano i “baffi molli”, dice, e nella sala si accenna un sorriso. È il segno più visibile di qualcosa che sta cambiando.

Ma dietro quell’immagine c’è un pensiero preciso: se cambia il corpo, non può non cambiare anche ciò che lo abita. I pensieri si muovono insieme al corpo, lo attraversano. Per questo, spiega, sono partiti proprio da lì: perché il corpo tiene insieme tutto.

Richiama anche la sua formazione, quella di matrice freudiana, e l’idea di unità tra mente e corpo, quell’“io-corpo” che non separa ma unisce. Un corpo animato dai pensieri. Eppure, racconta, incontrando tanti genitori si accorgono di quanto spesso questa unità venga spezzata: ragazzi e ragazze vengono visti come corpi separati dai loro pensieri, quasi disconnessi.

È anche per questo che nel libro hanno voluto insistere su una traiettoria precisa: sentire, pensare, agire. Non un libro sulle emozioni, precisa, con una punta di stanchezza sincera. Perché sulle emozioni, dice, si insiste fin dall’infanzia, si addestrano quasi. Ma le emozioni sono solo una parte.

Quello che li ha colpiti, anche osservando ciò che accade nella quotidianità, è una sorta di cortocircuito tra il sentire e l’agire. Succede spesso che a un gesto si dia una spiegazione immediata, quasi automatica: “l’ho fatto perché mi è venuto così”. Come se tra ciò che si prova e ciò che si fa non ci fosse spazio.

E invece è proprio lì che loro vogliono intervenire: in quello spazio intermedio che è il pensiero. Aiutare ragazzi e ragazze a fermarsi, a passare da lì, a costruire un giudizio.

Perché, dice con chiarezza, si può provare di tutto, persino pensare di tutto. Ma il passaggio all’azione non è inevitabile. È una scelta.

E in quella possibilità di scegliere — di agire oppure no — si apre forse uno degli apprendimenti più importanti del crescere.


Silvia Vecchini riprende il filo con la sua solita delicatezza, di chi osserva e, allo stesso tempo, rilancia con la precisione di chi va in profondità. Fa notare che nel libro ci sono anche immagini, quasi a ricordare che non tutto passa solo dalle parole. Poi allarga lo sguardo, e la domanda diventa più ampia, quasi scomoda: quanto sono capaci, davvero, gli adulti di stare accanto a un corpo attraversato da emozioni così forti?

Non dà una risposta netta, ma lascia emergere l’idea che forse questo è proprio un passaggio da imparare. Sapere che certe sensazioni arrivano, che fanno parte del percorso. E forse, più che controllarle, riconoscerle, trovare un modo per starci dentro.

Porta dentro la conversazione anche ciò che accade fuori, nelle scuole, nei contesti educativi. Si parla sempre più spesso di percorsi: alfabetizzazione emotiva, prevenzione della violenza di genere, contrasto al bullismo. Temi necessari, certo. Ma non sempre facili da proporre, e soprattutto non sempre immediati.

E allora torna a ciò che diceva prima Luigi Ballerini: il rischio è che questi percorsi restino schiacciati, già pieni di risposte. Percorsi in cui gli adulti fanno le domande, ma in realtà hanno già deciso dove si deve arrivare. Senza lasciare spazio vero alla ricerca dei ragazzi.

Silvia si ferma proprio lì, in quello spazio che spesso manca. E suggerisce, quasi con naturalezza, che forse funzionano di più altri linguaggi: il teatro, la musica, la letteratura, la lettura. Luoghi dove le domande possono restare aperte, anche quando sono grandi, anche quando fanno paura.

Per questo le è sembrato così significativo il lavoro degli autori: aver dato spazio al pensiero, a quel passaggio sottile e decisivo tra emozione e azione. Aver indicato che esiste una distanza — fragile ma preziosa — tra ciò che si prova e ciò che si fa.

Ed è proprio lì, in quella distanza, lascia intendere, che può nascere qualcosa di nuovo.


Riprende Luigi Ballerini, e questa volta il suo discorso si allarga, come se volesse dare aria proprio a quello spazio di cui sta parlando. Dice che è lì, in quella distanza tra sentire e agire, che si gioca qualcosa di essenziale: uno spazio di libertà e di decisione.

Ma subito aggiunge che il pensiero riflessivo è poco praticato. E non solo dai ragazzi: spesso non lo vedono nemmeno negli adulti. È qualcosa che manca, o che si concede sempre meno. Racconta di come, incontrando bambini e adolescenti, si accorga che le loro giornate sono piene, fitte di attività, “infarcite” — dice - senza lasciare tempo per elaborare.

E invece quel tempo serve. Serve uno spazio in cui fermarsi e chiedersi: cosa mi è successo? Cosa ho provato? Mi è piaciuto oppure no? Lo rifarei? Anche nei piccoli episodi, nelle relazioni quotidiane. Ma quel tempo, sempre più spesso, non c’è.

Parla quasi di un horror vacui del tempo: una paura del vuoto che porta a riempire ogni momento. E così viene meno proprio ciò che permette al pensiero di nascere, perché il pensiero — insiste — ha bisogno di tempo e di spazio, non è immediato.

E qui introduce un’idea che "spiazza": forse bisogna avere il coraggio di offrire anche momenti che possono sembrare “vuoti”, persino noiosi. Perché è proprio lì, nella noia, che qualcosa può accendersi. Quando non c’è niente da fare, allora bisogna inventare, trovare un’idea.

Sorride, ricordando un pomeriggio di pioggia della sua infanzia: niente cellulare, solo tempo davanti. E allora si era messo a colorare chicchi di riso per creare un disegno. Un pomeriggio che qualcuno potrebbe definire inutile, ma che per lui non lo è stato affatto.

E da lì arriva a un altro nodo: il funzionalismo. L’idea che ogni cosa debba servire a qualcos’altro. Racconta di quando, giovane medico, aveva deciso di fare un corso di pasticceria e i colleghi gli avevano chiesto: “A cosa serve?”. Non a cosa serve per sé, ma per la carriera. Una domanda che lo aveva lasciato spiazzato.

E allora torna anche un ricordo più intimo: quando chiese a sua madre perché volesse studiare musicologia. La risposta fu semplice: “Perché mi piace”. Una risposta che lo aveva colpito profondamente, perché apriva un’altra direzione, lontana dall’idea che tutto debba avere uno scopo utile.

E forse è proprio questo che oggi diventa difficile: stare. Non fare, non agire continuamente. Perché anche l’agire non è solo quello eclatante, ma è il continuo fare — prendere il telefono, scorrere, leggere, guardare. Sempre qualcosa.

Stare, invece, è complesso.

E allora il libro prova a offrire anche un appoggio in questo senso. Lo fa attraverso le storie: brevi racconti in cui qualcuno vive, pensa, si trova davanti a una scelta. E poi arrivano le domande, quelle che accendono il pensiero.

Ci hanno pensato a lungo, racconta, anche a come chiamarle. All’inizio erano “prove”, “verifiche”, “prova tu”. Ma suonavano come compiti, come qualcosa da restituire all’adulto. Alla fine hanno scelto un’altra formula: Ora tocca a te.

Come a dire: pensaci tu. Non è un esercizio da correggere, ma uno spazio da abitare.

È ancora Luigi Ballerini a riportare l’attenzione su un elemento che fino a quel momento era rimasto un po’ sullo sfondo, ma che improvvisamente diventa centrale: le illustrazioni.

Ricorda di averne mostrata una poco prima, e da lì nasce un riconoscimento spontaneo, rivolto a Ilaria Perversi. Si guarda intorno, come a cercarla tra il pubblico, e quando capisce che è presente il tono si scalda: il suo, dice, è stato un lavoro straordinario.

Non si tratta di immagini che spiegano il testo, che lo accompagnano in modo didascalico. Al contrario: fanno qualcosa in più. Aggiungono. Dicono ciò che le parole non riescono a dire.

E in questa aggiunta c’è stato anche un piccolo, sincero timore da parte loro. Racconta che, nelle ultime riletture, il testo da solo li aveva lasciati con qualche dubbio: non sarà un po’ troppo lineare? Non rischia di risultare persino un po’ noioso?

È una preoccupazione che attraversa chi scrive, e lui la lascia emergere senza difese. Ma poi è arrivato il lavoro di Ilaria, e qualcosa si è spostato. Non un semplice “mettere delle immagini”, ma un intervento vivo, capace di muovere il testo, di ampliarlo, di dargli respiro.

Quando hanno visto il libro finito, racconta, quella inquietudine si è sciolta. Perché le immagini avevano portato dentro nuove sfumature, nuovi contenuti, restituendo equilibrio all’insieme.

E così, tra parole e figure, il libro ha trovato una voce più ampia, più libera, capace di dire anche ciò che da solo, forse, non avrebbe saputo esprimere fino in fondo.


Riprende la parola Silvia Vecchini, e lo fa tornando proprio da lì, dalle immagini. Racconta di aver scelto, per presentare il libro, soprattutto quelle pagine illustrate da Ilaria Perversi. Non è stata una scelta casuale: le sembrava il modo più giusto per entrare nel libro.

Si è messa, dice, dalla parte dei ragazzi e delle ragazze. Di chi apre quelle pagine e trova subito un’immagine, magari una sequenza di vignette, qualcosa che somiglia a un varco. Un primo riconoscimento: qui c’è qualcosa che mi riguarda. Forse è già successo, forse no, ma intanto si accende una sensibilità.

Eppure, aggiunge, le immagini non stanno solo lì, all’inizio. Sono disseminate dentro tutto il libro, accompagnano le storie, danno volto ai personaggi, ai ragazzi e alle ragazze raccontati da Luigi e Anna Ballerini. Perché questo è un libro pensato davvero per stare nelle loro mani.

Ma, proprio mentre ribadisce che è un libro per giovani, Silvia sottolinea qualcosa che l’ha colpita: dentro questo spazio entrano anche gli adulti. E non in modo comodo, non per confermare ciò che già pensano.

Porta un esempio preciso: il momento in cui si inizia a sentire lo sguardo degli altri. Nell’infanzia, dice, questo non c’è - o almeno, non nello stesso modo. Poi arriva come un risveglio. Improvvisamente ci si scopre esposti, giudicati, a volte fuori posto. Il corpo cambia, e insieme cambia anche il modo in cui ci si percepisce.

Dentro questo passaggio, il libro apre una riflessione sottile: quella tra il commento che costruisce e il giudizio che distrugge. Silvia ricorda una pagina, quasi una piccola guida, che mostra concretamente come le parole possano spostarsi, trasformarsi, diventare indicazione invece che ferita. E questo vale tra pari, certo, ma riguarda anche — e forse soprattutto — gli adulti.

È qui che il suo sguardo si fa più diretto. Dice di aver visto molte situazioni in cui i ragazzi si dimostrano più delicati degli adulti. Più capaci di stare nelle cose senza esporre l’altro, senza metterlo in difficoltà.

E allora, quasi senza dirlo apertamente, lascia emergere una domanda: quanto spesso, invece, gli adulti guardano con superficialità, senza accorgersi davvero di ciò che accade sotto la superficie?

Nel finale, Luigi Ballerini riporta tutto a un episodio concreto, recente, come se volesse mostrare dove queste riflessioni prendono davvero forma.

Racconta di una mattina in una prima liceo, durante un laboratorio di scrittura. Su un banco nota un romanzo, lo prende, lo sfiora per aprirlo. Ma la ragazza lo ferma subito: no, dice, non leggerlo, c’è troppo sesso. Non è imbarazzo, precisa. È qualcosa di diverso. Quasi una forma di delicatezza nei suoi confronti, come se volesse proteggerlo.

Questo lo colpisce. Perché ribalta la prospettiva: non è l’adulto che protegge il ragazzo, ma il contrario. Da lì nasce una conversazione, viva, autentica. Si interrogano insieme: davvero c’è qualcosa da cui proteggere? E chi protegge chi?

Dentro quell’episodio, dice, è emersa una qualità rara: una forma di attenzione, quasi di cura. E da lì si è aperta una discussione più ampia, anche sul limite, sull’idea che non tutto è lecito solo perché “si può”.

Accanto a lui, Anna Ballerini raccoglie il filo e lo allarga. Sottolinea proprio quella sfumatura: la discrezione. Ci sono parole, anche positive, che per i ragazzi non arrivano nel modo in cui gli adulti pensano. Per questo, dice, ogni volta che ci si rivolge a loro, conta il come, le parole scelte, ma soprattutto l’intenzione che le muove.

Poi porta un altro esempio, quasi opposto: un ragazzo che, parlando di sincerità, rivendicava il diritto di dire tutto, anche a costo di ferire, umiliare. Come se la sincerità giustificasse ogni parola. Ed è qui che Anna mette un punto fermo: sincerità non significa libertà assoluta di dire qualsiasi cosa.

Si aprono così due nodi importanti, che nel libro vengono attraversati senza semplificazioni. Da una parte, cosa significa davvero essere sinceri. Dall’altra, il tema dei segreti: quelle confidenze che possono diventare pesi enormi, soprattutto quando riguardano situazioni difficili o pericolose. E allora diventa necessario dirlo chiaramente, anche se scomodo: esistono segreti che vanno infranti, quando è in gioco il benessere o la sicurezza di qualcuno.

Il discorso torna poi agli adulti, al loro modo di intervenire, di correggere, di parlare. Anche la correzione, lascia intendere, non è mai neutra: dipende dal tempo, dal modo, dalla relazione.

E infine lo sguardo si allarga ancora, fino a toccare qualcosa di molto presente oggi. ChatGPT entra nelle vite dei ragazzi come un confidente sempre disponibile. Non è questo, dice Luigi, a preoccuparlo - non tanto il fatto che venga usato per i compiti - ma il perché diventi uno spazio di confidenza. Perché lì si può dire tutto, senza timore.

E allora la domanda resta sospesa, ma urgente: esistono ancora adulti con cui si può parlare davvero di tutto?

Il libro, in fondo, prova ad aprire proprio questo spazio. Uno spazio in cui anche i temi più grandi, più difficili, possano essere detti, condivisi, attraversati insieme. Non solo nelle situazioni estreme, ma anche nella quotidianità dell’adolescenza, fatta di passaggi ordinari e insieme decisivi.

Perché crescere, sembra dire questo incontro, non è evitare l’uragano. È trovare luoghi - e persone - con cui starci dentro.

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